Chi oggi Erode?

24 dicembre 2015

Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia, pubblicato su Avvenire del 10 dicembre 2015

Settecento i bambini morti da inizio anno. Una nuova «strage degli innocenti» si consuma ormai da mesi davanti a un’Unione Europea indifferente e sorda al grido di un’umanità che cerca giustizia. Quest’Europa chiusa in se stessa, sempre più ripiegata sui propri confini e sulle proprie paure sta rinunciando alla vocazione di baluardo di civiltà e democrazia. Controlli, divieti, muri, hotspot, respingimenti alle frontiere… non può essere questa la soluzione al complesso fenomeno delle migrazioni. È assurdo pensare di poter fermare chi si mette in cammino in cerca di salvezza. Bisogna agire, programmare e regolare per accogliere e integrare in maniera costruttiva ed efficace. Ostinarsi a discriminare e "classificare" con una pervicace mancanza di visione rischia di diventare la nostra condanna.

L’ultima strage di bimbi è avvenuta pressoché simultaneamente all’apertura del Giubileo della Misericordia. Si tratta di un tragico ossimoro. Le istituzioni, la società civile aprano gli occhi: non c’è Giubileo finché c’è ingiustizia. Non c’è misericordia finché restiamo indifferenti davanti al dolore di chi non può che fuggire.

Nella cappella degli Scrovegni a Padova c’è un celebre affresco di Giotto che raffigura la strage degli innocenti, episodio raccontato nel Vangelo di Matteo: Erode, reso cieco dalla paura di perdere il trono, ordina l’uccisione di tutti i piccoli per eliminare Gesù, il Messia. A volte viene da pensare se non siamo forse noi gli Erode di oggi! Un vero e proprio massacro di innocenti, e dei loro fratelli e sorelle maggiori e delle madri e dei padri, si consuma da mesi davanti a tutti noi cittadini di un’Europa accecata da sospetto, paura ed egoismo.

Ma come è possibile che ci siamo ridotti a sentire il bisogno di difenderci anche da bambini che scappano senza sapere da chi e da che cosa? È così complicato capire quanto sia assurdo e profondamente sbagliato che una madre, senza avere alternative percorribili, metta sé e i propri figli in mano a trafficanti che vendono morte, spacciandola per speranza? «La mistica della misericordia è una mistica degli occhi aperti, aperti per vedere la miseria dell’altro, per vedere i bisogni che oggi cambiano molto velocemente», commentava il cardinal Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, alla vigilia dell’apertura dell’Anno Santo. Apriamo gli occhi, destiamo le coscienze, risvegliamoci dal lungo sonno in cui siamo deliberatamente caduti per non sentire il richiamo di un’umanità dolente che chiede giustizia dalle vessazioni, pace dopo anni di guerre e persecuzioni, diritti e democrazia. I migranti oggi sono il luogo esistenziale della nostra coscienza, della nostra memoria, sono baluardo dei nostri valori. Li trattiamo come nemici da respingere ma in realtà sono la nostra unica ancora di salvezza. Sono l’antidoto al più cieco egoismo, alla memoria troppo corta, alla superficialità delle idee, alla mancanza di visione. Loro più di noi sono vittime del terrorismo, della paura, di logiche di sopraffazione e abuso. Tracciare una via insieme e decidere di percorrerla fianco a fianco è l’unica possibilità che abbiamo per sconfiggere chi ci vuole soggiogati alla violenza e alla paura. Musulmani e cristiani sanno bene che Misericordia è il nome del loro comune Dio; sanno che senza misericordia non c’è salvezza, sanno declinare da secoli - pur tra errori e orrori della storia umana - il vero significato di questa parola così bella e complessa, troppo poco usata prima che papa Francesco le desse nuova dimora nel lessico quotidiano di ciascuno di noi. Una parola così bella racchiude in sé una ricchezza etica, politica, antropologica che di per sé basterebbe applicarla per risolvere molti dei problemi che affliggono l’umanità. È una parola che dà significato alla politica prima che alla religione. Facciamo in modo che a partire da questo Giubileo non resti solo una parola. Usiamo misericordia per salvare chi fugge da guerre e persecuzioni. «Ero forestiero e mi avete accolto...». Questa non è solo un’opera di misericordia, ma è l’indice del senso di umanità di una società.

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pubblicata il 24 dicembre 2015

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