Trivelle: un referendum tecnicamente inutile nel merito, in cui la vera posta in gioco politica

14 aprile 2016

Domenica 17 aprile prossima poco meno di 47 milioni di italiani sono chiamati alle urne a votare sul referendum sulle cosiddette “trivelle”. Già questa dizione fa capire come il dibattito, che pure è stato copioso, soprattutto sulla rete, sia rimasto lontano dal  tema effettivo della consultazione, che in realtà riguarda nel merito una questione squisitamente tecnica.

Il quesito referendario chiede di dire “sì” o “no” all’abrogazione di una parte del comma 239 della legge di Stabilità del 2016, che dà la possibilità per le sole concessioni già rilasciate di durare fino all’esaurimento del giacimento. Eccone il testo: "Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”? La norma riguarda 44 concessioni, localizzate entro le 12 miglia, che operano con una novantina di piattaforme. Delle 44 concessioni, 25 estraggono metano, una petrolio, altre quattro gas e petrolio insieme, mentre 14 non sono più produttive. Le trivelle, insomma, non c’entrano nulla. Il referendum riguarda piattaforme in mare già attive da anni e che operano soprattutto nel settore (non inquinante) del gas.

Per fare chiarezza sulla normativa oggi in vigore, va sottolineato che la legge di stabilità 2016 ha modificato in misura significativa a tutela delle aree marine la normativa in materia di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi (c.d. attività upstream). Il comma 239 dell’articolo 1 ha, infatti, rafforzato e reso effettivo il divieto di nuove attività upstream in alcune zone di mare, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere protette e nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa lungo l'intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. E ha eliminato le norme che consentivano una serie di deroghe al divieto di trivellazione entro le 12 miglia già previsto dal comma 17 dell’articolo 6 del Decreto legislativo n. 152/2006 (Codice ambientale del III Governo Berlusconi). Cliccando qui trovi illustrate in modo puntuale le modifiche alla normativa in materia di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi introdotte dalla Legge di Stabilità 2016.

L’effetto pratico di queste modifiche è stata la conferma dei soli titoli abilitativi già rilasciati per la durata della vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. La legge di Stabilità peraltro non poteva bloccare anche le attività relative ai titoli abilitativi già rilasciati perché la risoluzione del contratto di concessione da parte dell’Amministrazione per motivi di pubblico interesse è comunque subordinata al pagamento di ingenti somme, senza contare quanto sia importante rispettare gli accordi e i contratti sottoscritti dai precedenti governi (pacta sunt servanda) per non rendere l’Italia inaffidabile su tutti i mercati, compromettendo anche per il futuro qualsiasi accordo commerciale e investimento estero diretto. 

Da  notare che, per garantire il “rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale” sui titoli abilitativi già rilasciati, in Parlamento come maggioranza siamo intervenuti anche con la legge n. 221/2015 (c.d. collegato ambientale, approvato alla fine del 2015) a modifica dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, attribuendo al Ministero dello sviluppo economico specifiche competenze in materia di attività di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare.

Dunque, che vinca il “sì” o che vinca il “no”, dal punto di vista pratico nulla cambia: entro le 12 miglia dalla costa o dal perimetro delle aree protette non si potrà comunque trivellare per ricercare nuovi giacimenti. Nel caso in cui il referendum dovesse raggiungere il quorum (il 50% più uno degli aventi diritto al voto) e vincessero i “sì” quello che accadrebbe è che le piattaforme già in attività dovrebbero cessare l’estrazione del gas (e in pochi casi del petrolio) alla fine della concessione, e questo a prescindere se ci sia ancora metano presente nel sottosuolo.

Le vecchie norme (la legge n. 9 del 1991) prevedevano una durata trentennale di queste concessioni, rinnovabili una prima volta per 10 anni, e poi ogni cinque anni per un massimo di tre volte. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha sostenuto che in caso di vittoria del “sì” si tornerebbe a questo regime. Ma è una tesi smentita direttamente dal sottosegretario Claudio De Vincenti in direzione nazionale del Pd. Una sentenza del Consiglio di Stato avrebbe già chiarito che in caso di vittoria del “sì” le piattaforme dovrebbero chiudere i rubinetti a fine concessione senza possibilità di proroghe. La reviviscenza della normativa precedente, quella del 1991 non sarebbe possibile. Questo significa che, in base alle attuali scadenze delle concessioni, l’ultima piattaforma dovrebbe chiudere i rubinetti nel 2034, ma i due terzi dell’estrazione si fermerebbero entro i prossimi cinque anni. Le conseguenze economiche peggiori le subirebbe il distretto “oil and gas” del ravvenate, dove sono ubicate la maggior parte delle piattaforme e dove si sono sviluppate imprese di caratura internazionale. Si tratta di oltre 50 società che fatturano 2 miliardi di euro, alcune sono delle eccellenze del made in Italy. Solo i tecnici specializzati impiegati direttamente sono circa 6.700.

Il quesito del referendum non ha nessun impatto, invece, sulle estrazioni a terra. I principali pozzi in questo caso sono in Basilicata, una delle Regioni che ha promosso il referendum sulle piattaforme a mare pur non avendone nessuna. E nessun impatto ci sarà sulle estrazioni oltre le 12 miglia. In questo caso potranno continuare ad essere rilasciate concessioni ed effettuate estrazioni.

Questa doppia circostanza rende il quesito referendario particolarmente debole sul merito. Ecco perché Pietro Ichino l’ha definito “un referendum tecnicamente privo di oggetto”, essendo il suo contenutopratico pressoché nullo (vedi a questo link la nota di Ichino). E l’ex ministro Clini ha affermato che “far passare il referendum come una 'chiamata' a favore delle fonti rinnovabili è un imbroglio e un diversivo per evitare di affrontare temi reali (http://www.lettera43.it/blog/ambiente-il-futuro-dentro-e-fuori-di-noi/ecologia/il-popolo-chiamato-alle-urne-in-tema-di-trivellazione-in-mare_43675241883.htm)

Motivo per cui chi ha promosso il referendum, ha deciso di dargli una forte connotazione politica, di giudizio complessivo sulle politiche energetiche del governo Renzi.

Per comprendere bene la questione, forse è necessario anche ricordare la genesi della consultazione. La prima iniziativa era stata presa da Pippo Civati con la sua organizzazione “Possibile”, che aveva provato a raccogliere le 500 mila firme necessarie per il referendum su una serie di quesiti, alcuni dei quali riguardavano le estrazioni in mare legate alla Strategia energetica nazionale decisa dal governo Monti e implementata dal governo Renzi, con la quale si semplificava la procedura per ottenere permessi di esplorazione in mare, rendendoli possibili anche entro le 12 miglia. Fallito il tentativo di Civati, l’iniziativa da popolare era diventata “regionale”, nel senso che i quesiti sono stati proposti da dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Marche), poi diventati nove per la rinuncia dell’Abruzzo (a questo link trovi una breve illustrazione degli originari cinque quesiti promossi sullo Sblocca Italia e norme correlate). Il governo Renzi ed il Parlamento, nella legge di Stabilità 2016, avevano poi accolto molte delle richieste delle Regioni così che la Consulta ha lasciato da ultimo in vita solo il quesito sulla durata delle concessioni in essere, dichiarando inammissibili gli altri.

E’ la prima volta in Italia che si vota su un referendum proposto dalle Regioni e la questione dell’equilibrio dei poteri tra Palazzo Chigi e governatori non è secondaria. Molte delle norme, sulle quali il governo ha fatto retromarcia, riguardavano una centralizzazione dei poteri autorizzatori che scavalcavano le prerogative locali. Una questione dunque, come si diceva, squisitamente politica. Anche se si tratta solo di una battaglia: quella campale, decisiva nella guerra del riequilibrio dei poteri, si giocherà con il referendum autunnale sulle riforme costituzionali, dove è stata inserita la modifica del titolo quinto della Carta, che restituisce al governo tutti i poteri di decisione su energie e infrastrutture strategiche.

A questa si aggiunge la questione politica sollevata dalla minoranza del Partito Democratico, che ha accusato la Segreteria nazionale di aver deciso la posizione dell’astensione al referendum (oggetto di un comunicato dei vicesegretari Guerrini e Serracchiani) senza prima una discussione in Direzione, criticando altresì il Governo per non avere una strategia adeguata di politica energetica. Peraltro Renzi, nella direzione del 4 aprile scorso, ha corretto la linea rispetto a quella indicata dai vicesegretari, affermando che la “posizione del Pd” sul referendum del 17 aprile è quella dei “gruppi parlamentari che quell’articolo hanno votato. Ma nessuno farà scomuniche verso chi ha un'altra posizione. Chi è favorevole a bloccare le concessioni fa bene ad andare a votare e votare sì. Chi pensa che sia uno spreco, può votare 'no' oppure ha tutto il diritto di non andare a votare in modo che il quorum non si raggiunga, è una posizione sacrosanta e legittima”, proposta dagli stessi DS nel 2003 in occasione del referendum sull’art. 18. E ha aggiunto: “La mia posizione sul referendum è quella di Romano Prodi, anzi meno dura, credo che lui abbia parlato di un suicidio del Paese. Prodi dice che le royalties debbano essere messe a disposizione di un principio energetico alternativo (clicca qui per leggere l'intervento completo su Il Messaggero). Sono d’accordo”.  Renzi ha inoltre rivendicato che"sulla strategia sulle rinnovabili il governo è all'avanguardia, chi dice 'voto sì' al referendum perché non c'è attenzione alle rinnovabili, non c'entra nulla. Sull'energia noi siamo leader a livello europeo, e così anche sulle rinnovabili". E ha concluso: "Vorrei invitare tutti a informarsi. La discussione è su quella ventina di piattaforme attive entro le 12 miglia: se al termine della convenzione si possa o meno interrompere i lavori. Non sono nuove trivelle o perforazioni, ma piattaforme esistenti entro le12 miglia che tirano fuori gas e olio. Se vince il ‘sì’ ci sarà il procedimento di concessioni e autorizzazioni, se vince il no o non si raggiunge il quorum si potrà andare avanti finché petrolio e gas non finiscono".

Che il voto abbia più un meta-significato politico che di utilità pratica è confermato dall’intervista del Manifesto del 14 aprile scorso ad Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera, che pure ha contribuito a scrivere le nuove norme della Legge di Stabilità 2016, il quale ha dichiarato: “Vado a votare ‘sì’ per il valore simbolico del voto, per far sì che all’ordine del giorno del governo sia messa una politica energetica diversa, sempre più orientata alle fonti rinnovabili. Se invece dovessi guardare solo al valore reale della consultazione, in questo caso avrei dei dubbi” (clicca qui per leggere l'intervista).

Da ultimo, dopo la dichiarazione del Presidente emerito Giorgio Napolitano della sua astensione dal voto (mentre il Presidente in carica Sergio Mattarella ha dichiarato che andrà a votare, così come il Presidente della Corte Costituzionale), la discussione ormai si è spostata dal tema referendario alla correttezza o meno dell’astensione dal voto (rilanciata da ultimo dal Premier Renzi), confermando la definitiva politicizzazione della consultazione. Ne dà evidente conferma anche il dibattito oggi sul Corriere della Sera tra Ainis (clicca qui) e Panebianco (clicca qui).

IL MIO PENSIERO

Il merito di questo referendum verte su un quesito prettamente tecnico-normativo che nelle sue conseguenze pratiche, sia che vincano i “sì” o i “no”, è pressoché inutile, stante il generale ed effettivo divieto di nuove trivellazioni entro le 12 miglia già vigente dal 1° gennaio 2016. Per questo non si doveva fare: presidenti di regione e governo dovevano collaborare per trovare una intesa, senza scaricare sui cittadini la responsabilità di una scelta tecnica in una materia complessa, gravando per di più la comunità di un costo di oltre 300 milioni di euro (perché paghiamo i tecnici e i politici?). Sarebbe stato diverso se fosse un referendum abrogativo di forte impatto per le ricadute concrete del ‘sì’ o un referendum consultivo sulle grandi scelte di politica energetica.

Forse, dunque, non hanno tutti i torti coloro che protestano contro l’indizione di questo referendum e per questo dichiarano che si asterranno dal voto (lo stesso costituzionalista Michele Ainis, che oggi sul Corriere della Sera afferma come sia meglio votare, riconosce che “l’astensione è lecita quando l’elettore giudichi il quesito inconsistente”).

Essendo tuttavia io un deputato della Repubblica, che ha tra l’altro votato le norme della Legge di Stabilità 2016, ritengo opportuno per responsabilità e coerenza istituzionali, nonché fedeltà ai valori della partecipazione civica, di andare a votare. Voterò ‘No’ attenendomi al quesito, per le ragioni di merito che ho esposto, non prestandomi alla strumentalizzazione politica di questa consultazione fatta da esponenti istituzionali e politici, tanto più votando io in Veneto, regione in cui tutte le concessioni esistenti non sono produttive in quanto sospese. Dal 3 dicembre 1999, infatti, è in vigore il decreto del Ministero dell’Ambiente “Progetto Sviluppo dell’Alto Adriatico” che vieta “l’attività di coltivazione di idrocarburi liquidi o gassosi entro dodici miglia nautiche dalla linea di costa del tratto di mare compreso tra il parallelo passante per la foce del fiume Tagliamento e il parallelo passante per la foce del ramo di Goro del fiume Po” (clicca qui per vedere la cartina delle piattaforme attive predisposta da Lega Ambiente ).

Il mio invito ai cittadini è di fare una scelta consapevole e per questo informarsi nel merito del quesito referendario, valutando le ragioni a sostegno del sì”, del “no” e dell’astensione, sperando di aver contribuito con questo mio approfondimento a fornire degli spunti di riflessione utili.

 

PER UN APPROFONDIMENTO VEDI:


pubblicata il 14 aprile 2016

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