Pd, Renzi ordina lo stop al congresso Il partito verso il commissariamento - Corriere del Veneto

24 maggio 2016

Pagina 2, Primopiano

Padova «Ehm, aspettiamo solo un attimo, che finiscano le campane, poi iniziamo». «Almeno non suonano a morto...». Il siparietto con cui il segretario dimissionario (anche se «qui è più facile farsi eleggere che dare le dimissioni») Roger De Menech e il presidente Angelo Guzzo aprono la direzione regionale del Pd, mentre il lontananza un campanile fa rumorosamente il suo lavoro, vuol essere una battuta ma finisce per essere la sintesi efficace, fulminante per quanto malinconica, dello stato in cui versa il partito in Veneto. «Il coma» sorride amaro un consigliere regionale e se così è (per quanto De Menech si sforzi di smentire: «Qua c’è un’attività febbrile, bisognava esserci nel week end, altro che, siamo più vivi che mai»), vien da pensare si tratti di coma indotto: da Roma.

 

Ieri è infatti arrivata l’attesa lettera firmata dal vice segretario nazionale Lorenzo Guerini, timbro ufficiale su una decisione che in realtà era già stata presa martedì scorso dopo l’incontro nella capitale tra lo stesso Guerini, De Menech e i sette segretari provinciali: «Il segretario nazionale - vi si legge - ha delineato l’importantissimo percorso che il Pd deve affrontare nei prossimi mesi: elezioni amministrative, raccolta delle firme per il referendum costituzionale, il voto sul referendum stesso in autunno e infine l’inizio del percorso congressuale». E dunque, «in riferimento agli impegni che ci attendono i congressi straordinari regionali, in considerazione delle onerose procedure previste dallo Statuto, potranno essere svolti solo se già convocati e se la celebrazione è prevista entro il 31 maggio 2016». Una decisione valida su tutto il territorio nazionale ed estesa anche ai congressi per il rinnovo delle segreterie provinciali, non un verdetto ad hoc per il Veneto, punitivo. Ma il partito di qui, che dopo un anno di sofferenza aveva faticosamente fissato la fatidica data per il 3 luglio, non ne esce comunque benissimo. Perché la tanto vagheggiata autonomia (ricordate le prove di simbolo con la parola «Veneto» in bella evidenza o addirittura col leone di San Marco, il modello Csu bavarese?) va a farsi benedire; perché si prolunga ancora e non si sa bene fino a quando, forse addirittura febbraio o marzo 2017, un’agonia iniziata con la batosta contro Zaia alle Regionali (peggior risultato di sempre del centrosinistra nella competizione) e proseguita col tira-e-molla sulle dimissioni del segretario (che ieri ha detto chiaro e tondo: «Io mi chiamo fuori, ho esaurito il mio compito»); e perché il partito arriverà nella più totale vacatio dei suoi organi di vertice pazienza all’appuntamento con le amministrative, ormai dietro l’angolo, va bene a quello col referendum di ottobre sulla riforma Boschi, che è partita più nazionale che locale (anche se da Roma tempestano i segretari provinciali di ansiogeni sms ogni pomeriggio: «Come siete messi con la raccolta firme?») ma soprattutto con quello del referendum per l’autonomia del Veneto, che si farà, questo ormai è certo, e su cui il governatore Luca Zaia e la Lega concentreranno tutta la loro potenza di fuoco.

 

Un problema sottolineato dai senatori Giorgio Santini (unico in direzione col vicentino Giovanni Rolando a proporre di tirar dritto sulla strada del congresso, anticipando la data d’accordo con Guerini) e Simonetta Rubinato (che ha tacciato il suo partito di essere «troppo moderato di fronte ai cambiamenti radicali della società, la gente si domanda perché giochiamo sempre di rimessa») e dal consigliere regionale Graziano Azzalin («Al referendum autonomista rischiamo grosso, lì si capirà davvero quanto pesiamo in Veneto») ma senza fortune. La maggioranza, compresi gli stessi Rubinato e Azzalin, alla fine non ha potuto far altro che «prendere nota della nota» e adeguarsi a quello che peraltro non era affatto un invito, ma un ordine, indicato da qualcuno (le veneziane Anna Maria Miraglia e Tiziana Agostini, ad esempio) addirittura come «un’opportunità» per togliersi d’impiccio e rinviare un congresso che i più prefigurano come una guerra per bande. «Ci meritiamo il commissario» è sbottata Miraglia e a ben vedere questo è lo scenario più probabile che si prefigura all’orizzonte. De Menech, più per dovere che per convinzione, si è impegnato ad un nuovo (l’ennesimo) giro di consultazioni per verificare entro lunedì la possibilità, suggerita dai segretari provinciali, di creare un direttorio che guidi il partito di qui al prossimo anno ma onestamente sembra difficile che riesca nell’impresa fallita finora nel gioco perverso dei veti incrociati. Meglio forse rimettersi subito, e completamente, nelle mani del «nazionale», che dopo aver azzerato il partito a livello locale e imposto «la soluzione» potrà così indicare quel traghettatore che i veneti non sono stati capaci di trovare da soli, fedeli ad una storia fatta di «acerrimi amici» che nella nostra regione, purtroppo, va ben oltre gli steccati del Pd.

Marco Bonet

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pubblicata il 24 maggio 2016

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