Non si parla di riforma federale - La tribuna di Treviso

03 aprile 2018

Pagina 8, Regione

di SIMONETTA RUBINATO

Gli interventi di Giancarlo Corò e Paolo Gurisatti sulla necessità di una Costituente per la riforma federale dello Stato fanno sperare che si apra nella società civile un dibattito utile a fare i conti con la frattura nella geografia elettorale e politica dell'Italia, evidente a tutti dopo il 4 marzo e tale da infrangere definitivamente la retorica politica sul mito dell'unità nazionale. Il modello degli Stati nazionali e il connesso armamentario ideologico sono peraltro entrati in crisi ovunque nel tempo della globalizzazione economica, dimostrando come la ricerca della forma di Stato più adatta ai tempi e alle diverse realtà territoriali non sia un astratto esercizio filosofico, ma una necessità generale per costruire Istituzioni democratiche in grado di rispondere alla domanda sociale di "un equilibrio fra prosperità e vivibilità, apertura e protezione economica, governance efficace e ascolto della voce dei cittadini, individualismo e coesione, libertà economica e welfare" (Parag Khanna, La rinascita delle Città-Stato). La scorsa settimana ho avuto l'occasione di incontrare in Catalogna, insieme ad alcuni amici trentini e veneti, esponenti sia della società civile, sia di partiti della sinistra catalana, come il Partito Socialista, non indipendentista, ed Esquerra Republicana, che è invece indipendentista. È emerso con chiarezza come la questione catalana ponga al centro del dibattito politico la riforma federale dello Stato dentro ad un più ampio disegno democratico e federalista dell'Europa. La Catalogna è l'esempio di una Comunità territoriale con una forte identità culturale ed economica che chiede allo Stato spagnolo il riconoscimento della propria esistenza e di un governo che ne rappresenti gli interessi in modo da assumere le decisioni necessarie al proprio sviluppo. Una richiesta dunque di cambiamento della relazione tra comunità territoriale e Stato centrale, di sovranità condivisa, che richiede nuovi modelli e strumenti costituzionali in grado di far convivere la diversità e le istanze pluraliste in modo pacifico dentro a una cornice comune, quella appunto di uno Stato federale basato non più su un vincolo coercitivo esterno, ma su un patto (un foedus, appunto) tra soggetti "sovrani" di più ampie comunità pluralistiche. Non è forse analoga la domanda politica emersa con chiarezza dai cittadini veneti nel referendum per l'autonomia del 22 ottobre scorso? Dopo il 4 marzo però la frattura territoriale tra Nord e Sud del Paese è emersa con una evidenza tale da non poter più essere ignorata, con due partiti, Lega e M5s, che ne hanno interpretato le diverse esigenze ed interessi, decretando con la sconfitta di Forza Italia e del Pd forse la fine dei partiti nazionali tradizionali, depositari di un progetto di soluzione totale ed uniforme dei problemi del Paese. Il tema della necessità della riforma federale dello Stato, che dovrà cedere sovranità verso il basso, ma anche verso l'alto, secondo un più ampio disegno democratico e federalista europeo, è dunque, quanto mai urgente anche in Italia, eppure drammaticamente assente dal dibattito e dai programmi del centrosinistra italiano, che sta lasciando proprio ai partiti più scettici verso l'Europa di interpretare la domanda di un modello di governance più utile ai cittadini, alle imprese, ai territori, che hanno interessi, aspirazioni ed esigenze diverse che possono essere affrontate solo con politiche economiche e tecniche amministrative distinte e da rappresentanti politici differenti. Il livello di governo centrale/federale deve essere il luogo dove tali politiche si negoziano (si pensi al tema cruciale della fiscalità e della perequazione) e si conciliano in un programma coerente. Sapranno i vincitori e gli sconfitti delle elezioni essere all'altezza della sfida?

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pubblicata il 03 aprile 2018

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