Il salotto tv di Fazio e la direzione del Pd

07 maggio 2018

"Chi ha perso non può governare", ha detto Renzi domenica 29 aprile scorso nello studio di Fabio Fazio. Cosi come chi si è dimesso da segretario - aggiungo io - non dovrebbe dare in diretta tv la linea al partito.

Certo, non si può negare che quanto detto da Renzi appare ragionevole e fondato: "come possiamo fare un governo con chi ha un'altra visione del Paese, un programma alternativo al nostro e ci ha coperto d'insulti in Parlamento e in campagna elettorale?". Tanto più che la maggioranza della base del Pd probabilmente è anche d'accordo con lui. Del resto Renzi è stato confermato come segretario a grande maggioranza con le primarie di appena un anno fa ed è forte del fatto di essersi blindato nei gruppi parlamentari con liste fatte di fedelissimi, oltre che della debolezza di una classe dirigente che ha assecondato ogni sua decisione senza avere mai il coraggio di contraddirlo in alcuno dei passaggi che hanno portato il Pd alla sconfitta del 4 marzo.

L'unica leadership che quindi oggi ha la forza - nel bene e nel male - di controllare organismi del partito e gruppi parlamentari è ancora quella di Renzi. Ma allora sia coerente: ritiri le sue dimissioni e si prenda apertamente la responsabilità delle scelte di questa fase. E delle relative conseguenze.

Tatticamente la sua chiusura da Fazio, prima ancora di sedersi al tavolo di confronto con il M5s per vederne la proposta, è stata, infatti, a mio avviso, un errore: oltre a delegittimare reggente e direzione del partito, con la conseguenza di una possibile spaccatura, ha dato a Di Maio la stura per dire agli italiani che si deve tornare a votare subito per responsabilità del Pd. Il cui ex segretario non ha ancora metabolizzato la bocciatura del referendum costituzionale da parte degli elettori e nel salotto di Fazio è sembrato sottintendere: "Ecco, vedete: avete votato No alla mia riforma ed ora ne state pagando le conseguenze".

Ma gli elettori non amano ammettere di aver sbagliato e tanto meno apprezzano le ripicche di coloro a cui hanno comunque già dato una chance per governare il Paese. Tanto più che imputano  al Pd ha la responsabilità principale di aver approvato l'attuale legge elettorale proporzionale, che senza un accordo tra le forze politiche entrate in Parlamento si sapeva già non avrebbe consentito di fare un nuovo governo (vedi la mia dichiarazione su questo punto ripresa dalle agenzie il 13 marzo scorso: goo.gl/pE1xQT).

Perciò sembra ormai inevitabile il ritorno al voto, che rischia di essere un ballottaggio tra Di Maio e Salvini, all'insegna dell'invito al "voto utile al cambiamento". Con il nuovo leader del centrodestra che non ha sbagliato ad oggi una mossa e che, a differenza dei vertici del Pd, sa che bisogna presidiare il territorio più che i palazzi romani (vedi le elezioni in Friuli). Uno scenario che dovrebbe essere la preoccupazione prima per la dirigenza del centrosinistra. Invece allo stallo in Parlamento fa da specchio lo stallo nel Pd, che sta rischiando di dividersi ulteriormente, sia ai vertici che alla base, perché ogni opzione in campo ha costi rilevanti.

È stato quindi positivo che nella Direzione del 3 maggio scorso l’intera dirigenza abbia responsabilmente condiviso una comune posizione utile al Paese, riconoscendo finalmente attraverso la relazione di Martina la necessità di una analisi oggettiva delle ragioni della (ulteriore) sconfitta del 4 marzo. La cui sede, a mio avviso, non può che essere quella congressuale e, per consentire una ripartenza del centrosinistra, non potrà prescindere dal recuperare una cultura interna della pluralità e dell’ascolto, oltre al radicamento sui territori, in linea con l’originaria vocazione federale del Partito Democratico. In caso contrario sarà una lunga traversata nel deserto.

 

 


pubblicata il 07 maggio 2018

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