Elezioni 4 marzo 2018: Il mio appello al voto.

03 marzo 2018

Condivido con voi alcune riflessioni che ho trovato particolarmente significative svolte nella rivista 'Aggiornamenti Sociali' in un editoriale di Giacomo Costa. 

Nelle elezioni politiche del 2013 si recarono alle urne il 75% degli aventi diritto, il 5,3% in meno rispetto alle analoghe consultazioni del 2008. Un trend negativo che si è poi confermato nelle varie elezioni (europee e amministrative) degli anni scorsi. Secondo i sondaggi di queste settimane, il 4 marzo l'astensione potrebbe raggiungere (o superare) la cifra record, per l'Italia, del 30%. Si tratta di un fenomeno che, sempre stando alle indagini demoscopiche, coinvolge soprattutto i giovani, delusi o disorientati da una campagna elettorale che appare vuota di contenuti e insieme infarcita di promesse di partiti e movimenti modellate a misura di sondaggio per “catturare” voti, senza preoccuparsi di coerenza o fattibilità. Una tentazione, quella dell'astensionismo, contro la quale ha lanciato un appello anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno. 

Eppure in democrazia non c'è altra via che misurarsi concretamente con la responsabilità di cittadini anche attraverso l’esercizio del diritto-dovere di votare, nonostante si percepisca tra la gente la presenza di un coacervo di sentimenti che vanno dall’indifferenza alla confusione e incertezza, dalla delusione alla rabbia, complici anche l’attuale congiuntura, il tramonto del bipolarismo e una legge elettorale mai sperimentata. Probabilmente dalle urne non uscirà un vincitore con numeri che gli permettano di governare. Si modificheranno forse schieramenti e alleanze dopo il voto. Ma avvicinandosi alla data del voto non manca in molti nemmeno la speranza: «Sarà la volta buona per uscire dalla palude?». La speranza è una risorsa se non si declina in un’attesa messianica, nel leader di turno, anziché diventare generatrice di impegno diffuso.
 
Può essere allora utile ripensare a dove eravamo cinque anni fa. Come ricordava il Presidente della Repubblica nel Messaggio di fine anno: «Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l’avvenire, così deformando il rapporto con la realtà. La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro».
 
L’Italia che arrivava alle elezioni del 2013 si stava avvitando in una spirale di paralisi, con la crisi del Governo Berlusconi e il ricorso a quello “tecnico” di Mario Monti; le infinite proposte di riforme mai realizzate segnalavano una paralisi istituzionale, mentre anche il sistema economico appariva bloccato, incapace di innovarsi a difesa della propria competitività. I risultati delle elezioni furono uno choc: il Paese si ritrovò senza quella maggioranza parlamentare a cui era abituato. Il Governo delle larghe intese di Enrico Letta, che vedeva fianco a fianco gli schieramenti che si erano avversati nei vent’anni precedenti, così come la rielezione del presidente Napolitano, 87enne, furono una sorta di ultima spiaggia: un aiuto per uscire dall’impasse, ma innegabilmente anche icone dello stallo del Paese.Prima e dopo le elezioni sono cresciute le voci di chi individua la soluzione nel fare piazza pulita di qualunque retaggio del passato. Si tratta di un’istanza che almeno una parte del “grillismo” ha rappresentato. Ma slogan simili circolavano anche in altri partiti, pur con forme, intensità, modalità assai diverse: nel PD, ad esempio, con la retorica della “rottamazione”, scelta da Matteo Renzi come cifra della sua ascesa, che con un po’ di nostalgia di tanto in tanto ancora torna a galla; oppure, con cadenze più dialettali, nei discorsi della Lega, impegnata nel frattempo in una sorta di “epurazione” della propria dirigenza, con l’affermazione progressiva dell’attuale leader Matteo Salvini. Il filone della “rottamazione”, in tutte le sue forme e colori, ha dovuto fare i conti con la difficoltà di realizzare una prospettiva di riforma nel nostro Paese, bruciando una quantità enorme di risorse e di capitale politico. Ne è un simbolo il referendum costituzionale del 2016. 
 
Tuttavia l’Italia di oggi non è quella di cinque anni fa, non solo per una timida ripresa economica, che peraltro, come lo stesso presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha onestamente riconosciuto, è indipendente dalla politica nazionale. Processi di riforma sono stati effettivamente avviati in tanti ambiti: Jobs act, Buona scuola, stabilizzazione dei precari in alcuni settori pubblici, ammortizzatori sociali e contrasto alla povertà, riforma del Terzo settore e delle banche popolari, collegato ambientale, interventi nel delicato e controverso campo dei diritti civili e della bioetica, ecc (clicca qui per leggere il programma del Pd '100 cose fatte, 100 cose da fare). Non tutti hanno portato i frutti sperati e alcuni possono anche essere criticabili. Molti altri non sono riusciti a concludere il loro iter. Ma è indubbio che molte cose sono cambiate in meglio anche grazie alle politiche attuate in questi cinque anni e oggi è più difficile affermare che non siano servite a niente.
 
E la visione del futuro? Per il nostro Paese è fondamentale affrontare la questione della sostenibilità a partire dalla prospettiva demografica. Per l’Italia declino demografico e invecchiamento della popolazione rappresentano probabilmente il maggiore ostacolo lungo un percorso di crescita sostenibile. Secondo l’Istat, i nuovi nati in Italia nel 2016 sono stati 473.438, circa 12 mila in meno dell’anno precedente e oltre 100mila in meno rispetto al 2008. Oggi la fascia di età più numerosa è quella dei 50enni, venuti al mondo quando le nascite erano circa un milione all’anno (con il picco nel 1964): non riusciamo neppure a immaginare che cosa accadrà quando si ritireranno in massa dal lavoro e saranno interamente “a carico” di un numero di giovani assai più ridotto. Lo stress per il sistema sanitario e di welfare è assicurato, mentre pensioni meno generose limiteranno le possibilità di sostenere l’economia con i consumi. L’invecchiamento della popolazione rallenta il ritmo dell’innovazione e accorcia l’orizzonte collettivo, diminuendo la capacità di adattarsi ai cambiamenti epocali che stiamo vivendo: uno scenario internazionale in cui emergono nuove potenze, le migrazioni di massa, la nuova rivoluzione tecnologica in atto. In questi campi il confronto con Paesi molto più “giovani” del nostro è spesso impietoso. Questo significa che l’Italia avrà sempre meno da dire e da dare al mondo, e anche minori possibilità di essere attraente, e perderà forze brillanti, attratte da luoghi più stimolanti. Come affronteremo questa sfida, che tiene insieme cruciali questioni economiche e sociali, dal fisco al welfare, dal lavoro alle pensioni, dalla salute all’innovazione, dai migranti alla sicurezza?
 
Nel guardare al futuro del nostro Paese dobbiamo ricordare un’altra verità fondamentale: l’avvenire non potrà che essere comune e la sua costruzione passa dal confronto tra le molte differenze che abitano i territori d'Italia. Inoltre il principio di realtà ci insegna a prendere le distanze dalla seduzione di un leader forte, capace di risolvere ogni problema, o di un partito a cui affidare una sorta di delega in bianco onnicomprensiva, e a fare i conti con l’illimitatezza dei bisogni e la scarsità delle risorse, ponendo la domanda della sostenibilità anche in chiave di rispetto dell’equilibrio dei conti pubblici e della solidarietà intergenerazionale.
 
Per questo come cittadini è importante andare a votare il prossimo 4 marzo, nella consapevolezza che dal 5 marzo ci sarà bisogno di più politica, non di meno, di più partecipazione civica per assumere insieme la responsabilità di costruire spazi di dialogo e di mediazione, di recuperare la capacità di articolare differenze e pluralità, di far crescere a partire dai territori una classe politica almeno potenzialmente capace di accompagnare questo percorso, tanto più urgente nel tempo della globalizzazione economica e della ri-progettazione della casa comune europea.
 
Non ci sarà una politica migliore senza elettori esigenti, disposti a misurarsi anche con i limiti della democrazia e le sue contraddizioni.

pubblicata il 03 marzo 2018

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