L'approfondimento: il ripristino del contributo alle scuole non statali paritarie

28 novembre 2012

materneLa mia battaglia per far uscire dal Patto di stabilità delle regioni il contributo di 223 milioni di euro stanziati nella legge di Stabilità 2013 alle scuole paritarie private e degli enti locali (il cui contenuto ho spiegato nell’articolo precedente) mi ha fatta oggetto di un attacco massiccio e pesante sulla rete da parte di chi mi accusa di voler squalificare la scuola pubblica. Da parlamentare non nominata, che conosce i problemi del territorio, sapendo di aver solo difeso il diritto alla formazione dell’infanzia e primaria di un milione di bambini e delle loro famiglie che non si possono permettere di pagare per questo una retta da ricchi, sono rimasta colpita dalla furia ideologica e dagli insulti e minacce che ho ricevuto da tutta Italia. Ho provato a spiegare: qualcuno ha inteso, in moltissimi altri il pregiudizio è insuperabile. O forse è strumentale alla lotta politica. Ad es. mi è spiaciuto che lo stesso Nichi Vendola sia intervenuto sulla rete in modo strumentale, dicendo alcune cose da rappresentante di Sinistra e Libertà candidato alle primarie, mentre da governatore della Puglia ne fa altre. Come conciliare infatti il suo messaggio di due domeniche fa  con un twitt di commento alla notizia del mio emendamento come di "uno sfregio alla scuola pubblica" e la deliberazione invece della sua Giunta regionale n. 1481 del 24 luglio scorso, con cui ha stanziato oltre 13 milioni di euro, anche per le scuole paritarie della Puglia (dell'infanzia e non solo) in attuazione della legge regionale n. 31 del 2009 da lui fatta approvare? Una buona legge, peraltro, che dà attuazione ai principi della sussidiarietà, autonomia e parità scolastica (clicca qui). Mi ha fatto molto piacere invece che sia intervenuta, a supporto della mia battaglia, la responsabile del settore Scuola del Pd nazionale, Francesca Puglisi, con un articolo dal titolo “La bufala corre sul web” (clicca qui).

Ricordo che è stato il ministro Berlinguer, durante il governo D’Alema, a far approvare la legge n. 62 del 10 marzo 2000, "Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione" (clicca qui), accogliendo il principio della parità scolastica, ma soprattutto prendendo atto della realtà di fatto di molti territori in cui le scuole non statali svolgevano già una funzione sussidiaria delle scuole statali. L’art. 1 stabilisce che il sistema pubblico dell’istruzione è costituito, nel rispetto dell’art. 33 della Costituzione, dalle scuole statali e da quelle paritarie private e degli enti locali: “Si definiscono scuole paritarie, a tutti gli effetti degli ordinamenti vigenti, in particolare per quanto riguarda l'abilitazione a rilasciare titoli di studio aventi valore legale, le istituzioni scolastiche non statali, comprese quelle degli enti locali, che, a partire dalla scuola per l'infanzia, corrispondono agli ordinamenti generali dell'istruzione, sono coerenti con la domanda formativa delle famiglie e sono caratterizzate da requisiti di qualità ed efficacia” definiti nei commi successivi.

Sulla base dei dati del Ministero dell’Economia e dell’Istat, riferiti all’anno scolastico 2008/2009, il sistema nazionale dell’istruzione pubblica ha accolto nella scuola dell’infanzia 1.651.713 bambini e nella scuola primaria 2.819.193 alunni. Di questi la scuola dell’infanzia statale ha accolto 978.302 bambini e la scuola primaria statale 2.571.627 alunni. La differenza, cioè 673.411 bambini e 247.566 alunni, hanno trovato accoglienza solo nella scuola dell’infanzia e primaria paritarie (gestita da comuni, parrocchie, enti no profit). Avete presente ad es. gli asili comunali dell’Emilia Romagna o quelli parrocchiali del Veneto? Ecco, sono queste le scuole cui va il cofinanziamento statale approvato in Commissione alla Camera, trattandosi di salvaguardare un servizio pubblico. Nel 2008, in forza dell’ultima Finanziaria del Governo Prodi, ammontava a 535 milioni, decurtati ogni anno nel corso degli anni successivi - reintegrati ogni volta in extremis per scongiurarne la chiusura in considerazione della loro funzione sussidiaria dello Stato - e scesi a 278 milioni di euro nel bilancio di previsione del 2013 senza l’ulteriore reintegro disposto in legge di Stabilità.

Queste scuole consentono alla Repubblica di perseguire quell’obiettivo prioritario che è “l'espansione dell'offerta formativa e la conseguente generalizzazione della domanda di istruzione dall'infanzia lungo tutto l'arco della vita”, stabilito all’art. 1 comma 1 della legge n. 62/2000. Le scuole paritarie erogano a quasi un milione di bambini italiani delle prestazioni che, come ha ricordato la Corte Costituzionale nella sentenza n. 50 del 2008, “ineriscono a diritti fondamentali dei destinatari” in materia di istruzione, il che “impone che si garantisca continuità nell’erogazione delle risorse finanziarie”. Se chiudessero, tra l’altro, lo Stato dovrebbe investire oltre 6 miliardi di euro per poter accogliere questo milione di bambini in più nelle scuole statali.


Va considerato altresì che le famiglie di questi bambini pagano le tasse come le famiglie che possono accedere alla scuola statale, ma in più devono anche sostenere una retta per poter portare i loro bambini alla scuola dell’infanzia, anche se queste scuole non hanno scopo di lucro e la retta non copre tutto il costo. Senza il ripristino del contributo statale, il prossimo anno queste scuole sarebbero state costrette a chiudere, licenziando decine di migliaia di maestre ed ausiliari, per non raddoppiare in modo insostenibile ed ingiusto le rette a tante famiglie che di sicuro non mandano i loro figli a queste scuole perché sono ricche!


Basta considerare in concreto il caso del Veneto, dove il 70% dei bambini dai 3 ai 6 anni (poco meno di 100 mila in termini assoluti) frequenta la scuola paritaria perché è l’unica che in molti comuni o frazioni eroga loro il servizio educativo dell’infanzia. E lo fa chiedendo una retta calmierata ai genitori e facendo risparmiare alla Pubblica Amministrazione, solo in Veneto, 500 milioni di maggior spesa che dovrebbe sopportare se tutte le materne fossero gestite dallo Stato.

Per finire annoto che un Paese non laico, ma laicista come la Francia, assegna a queste scuole contributi molto più sostanziosi in nome della libertà delle famiglie di scelta della scuola per i propri figli.

Cliccando sul nome delle testate potete leggere gli articoli usciti sul tema: sul Gazzettino, la Vita del Popolo, Avvenire e la rivista Tempi.

pubblicata il 28 novembre 2012

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