La crisi della Lega e la voce del Nord: le ragioni per attuare un federalismo vero

09 aprile 2012

bossi_trotaAnche se la virulenza di ciò che sta emergendo dalle indagini in corso sulla ‘tribù' padana (addirittura riciclaggio di denaro della ‘ndrangheta, oltre a truffa aggravata ai danni dello Stato ed utilizzo ‘feudatario' delle risorse e delle cariche pubbliche con un nepotismo e pressapochismo pari a quelli che fino a ieri la vulgata leghista attribuiva al Sud del Paese) sembra superare per impatto ed effetti sull'opinione pubblica gli stessi precedenti gravissimi addebiti al sen. Luigi Lusi e le varie ‘corruttopoli' e ‘parentopoli' degli ultimi anni, occorre prima di tutto prendere atto che nessuno è in grado di scagliare la prima pietra. Serve subito fare pulizia, non solo in funzione degli equilibri di potere interni alle forze politiche. Non basta infatti cambiare le persone al comando delle singole forze politiche, ma occorre cambiare il sistema stesso, approvando al più presto una riforma dei partiti e del loro finanziamento pubblico, sulla base delle diverse proposte di legge che da tempo languono in Commissione. Affrontando in Parlamento con l'occasione anche la piaga della corruzione, su cui più in generale sta lavorando il Ministro Severino e su cui il Consiglio d'Europa ci ha chiesto di intervenire con urgenza.

Oggi i partiti sono associazioni private non riconosciute, al pari di una bocciofila, che tuttavia manovrano decine se non centinaia di milioni di euro di contributi pubblici senza un adeguato controllo, mentre anche alla più piccola impresa sono imposti obblighi di registrazione e pubblicità. Va data immediatamente attuazione all'art. 49 della Costituzione, con una legge che regolamenti giuridicamente la loro forma di costituzione e il loro funzionamento interno, assieme alla pubblicità dei loro documenti contabili e delle loro fonti di finanziamento, assicurando la massima trasparenza e sottoponendo i loro bilanci al controllo della Corte dei Conti, trattandosi di risorse pubbliche. E prevedendo anche severe sanzioni per i comportamenti illeciti in rapporto alla gravità, compresa la decadenza automatica dalle cariche istituzionali, anche elettive.

Ma oltre all'aspetto penale, una riflessione merita il sostrato culturale e sociale, l'humus in cui ha attecchito un tale livello di abusi e corruttele. Significative sono state al riguardo le prime reazioni dei commentatori politici alla scoperta della gestione ‘familistica' del tesoriere Belsito. Fino a poco prima Bossi era considerato un barbaro, un despota circondato dai pretoriani del cerchio magico, un secessionista attentatore della Costituzione. Dopo le sue dimissioni - indotte evidentemente, per un combattente come lui, dalla consapevolezza dei fatti gravissimi che stanno emergendo - molti hanno espresso una stucchevole solidarietà umana, come quella che si ha nei confronti di una persona incapace circonvenuta (ma non era un ministro della Repubblica fino a cinque mesi fa?), rendendo dichiarazioni di solidarietà perfino nei confronti di quella base leghista ora rimasta orfana e che prima era considerata rozza, egoista e xenofoba. In Italia prevale sempre questo pietismo amorale, questa retorica stucchevole, che ci rende incapaci di manifestare di fronte a comportamenti gravissimi una ferma riprovazione sociale, che non faccia sconti al familismo corrotto che appartiene ad una gran parte tanto delle classi dirigenti quanto della società civile italiana, a quanto pare non solo al sud.

E ancora: com'è possibile che, in un Paese democratico e dalla civiltà giuridica quale l'Italia, un personaggio come Rosy Mauro sia arrivato a ricoprire un ruolo così prestigioso? Non è stata catapultata lì da un despota, né è piovuta da Marte, ma è stata eletta, con i voti di 161 senatori! E non ricordo commentatori politici che l'abbiano censurato. Segno che ‘collettivamente' si è perso del tutto la misura, il senso del limite, oltre che il rispetto per i principi fondamentali di uno Stato democratico liberale. La ricostruzione non sarà facile, perché la devastazione etica si è talmente diffusa da arrivare al cuore delle istituzioni, cioè dei luoghi deputati alla preservazione del bene pubblico, occupati invece con una logica feudataria, che identifica i rapporti personali, sociali e politici con quelli patrimoniali. Ciò che conta - in questo sistema - è la fedeltà al capo, non alle istituzioni ed alla Costituzione. Probabilmente è per questo che la Mauro non si dimette: lei ritiene di occupare a ragione un ruolo in quanto vincolata e dedita unicamente al proprio ‘diretto signore', dal quale ha ricevuto appunto il beneficio. Il che dimostra quanto sia urgente ripristinare i principi democratici e liberali, abbattendo i presupposti socio-culturali di questo neo-feudalesimo politico: mi auguro che anche chi in Senato l'ha votata senta questa responsabilità collettiva ed operi di conseguenza a favore di scelte non più rinviabili di fronte ai cittadini.

Ribadisco: non si tratta solo del caso Lega, e occorre cambiare con il sistema anche il suo sostrato culturale. Questa è la questione morale, che interpella ciascuno di noi per rendere possibile un risorgimento etico e civile dell'Italia.

Terza riflessione, su una questione politica: dopo la crisi della Lega, chi si farà carico di far sentire a Roma la voce del Nord, che da tempo chiede quel cambiamento profondo che serve a modernizzare il Paese e che gioverebbe anche alle altre parti della penisola?

Le ultime vicende di malversazione dei finanziamenti pubblici, unite ad un livello di sfiducia dei cittadini nei partiti mai raggiunto prima d'ora (considerato anche il comissariamento del governo del Paese affidato da Napolitano al Prof. Monti), rafforzano l'impressione nell'opinione pubblica che tutti i partiti si stiano dibattendo in un grande marasma senza riuscire a vedere ed indicare soluzioni per ricostruire il Paese uscendo dall'attuale crisi morale, istituzionale ed economica.

Ricostruire significa intervenire sulle più gravi patologie dell'Italia di oggi, che il compianto Tommaso Padoa Schioppa riassumeva così: nel rapporto tra gli elettori e la politica (legge elettorale in primo luogo), nel rapporto tra questa e l'informazione (televisioni in primo luogo), nel funzionamento della giustizia (indipendenza e tempi dei giudizi), nel rapporto tra Nord e Sud (federalismo). "Sono patologie divenute talmente gravi - scriveva nel novembre del 2010 - da mettere a rischio la democrazia, lo Stato di diritto e la stessa unità nazionale. Ne sono largamente responsabili anche le forze che hanno governato prima di Berlusconi, il quale deve parte della sua fortuna politica proprio alla promessa (ahimè mancata) di curarne alcune. I rimedi devono perciò agire molto in profondità e non sono né di destra né di sinistra".

Che il divario Nord-Sud sia un nodo centrale dalla cui soluzione dipende la possibilità di realizzare un'Italia più giusta, moderna e competitiva lo scrivevo nell'agosto del 2009 (clicca qui), nel documento preparato in occasione delle primarie del Partito Democratico. Non possiamo più permetterci un Paese diviso tra un Nord dinamico che compete con l'Europa, un Centro che lo insegue e un Mezzogiorno che frena, tanto meno dopo questa crisi devastante che rischia di far saltare la coesione tra le diverse parti del Paese. Facendo naturalmente salvo il principio della responsabilità, per cui devono essere le classi dirigenti e la società civile del Mezzogiorno a dover assumersi primariamente il dovere del proprio sviluppo.

Per questo io penso che l'attuale crisi dei partiti e della Lega Nord in particolare, come ogni crisi, può offrire grandi opportunità a chi voglia oggi prendere  in mano e sviluppare in chiave nazionale temi come quello della ‘rappresentanza del Nord', tra l'altro in un momento in cui l'attuale governo non sembra prestare molte attenzioni alle constituency della piccola e media impresa, e quello del federalismo.

Come ha scritto su La Stampa (clicca qui) Luca Ricolfi, "c'è una parte del Paese, quella più dinamica e produttiva, che continua a non riuscire a far sentire la sua voce, né con la Lega né senza, né prima di Monti né con Monti. Questa parte, ormai, era rappresentata dal partito di Bossi solo nominalmente, e in questo senso lo scandalo di questi giorni si è limitato a togliere di mezzo un equivoco. Ma il problema di dare una rappresentanza a quella parte del Paese resta, e diventa più grave ogni giorno che passa, perché è nei territori cui la Lega si rivolgeva che si produce la maggior parte della ricchezza di cui tutti beneficiamo. L'Italia può fare benissimo a meno della Lega, ma difficilmente tornerà a crescere se dimenticherà le ragioni da cui il «partito del Nord» ha preso le mosse".

Chi rappresenterà politicamente questa parte del Paese in futuro?  E soprattutto la battaglia sul federalismo è da archiviare? Io dico di no con fermezza, in corenza con quanto ho sempre pensato, detto e scritto da quando sono entrata sei anni fa in Parlamento. Non ho cambiato idea rispetto alle posizioni assunte ad es. nel 2007 come senatore (clicca qui) e nel 2010 come deputato (clicca qui). In realtà la questione settentrionale è la conseguenza della mancata soluzione della questione meridionale, oggi arrivate entrambe drammaticamente al pettine.

Il Partito Democratico deve raccogliere questa sfida e dimostrarsi più autenticamente federalista, sia nella sua organizzazione, sia nella proposta di governo del Paese dopo il fallimento leghista, che lascia drammaticamente aperto il patologico rapporto tra Nord e Sud del Paese.  E i tempi per farlo sono stretti.

Non è una sfida da poco, perché la parte prevalente della politica e delle istituzioni italiane - per responsabilità della Lega, ma non solo - non sono autenticamente federaliste, e lo dimostra il fatto che non hanno ‘interiorizzato' due caratteristiche connaturate ad uno Stato federale. Primo: tra i diversi livelli di governo deve esserci indipendenza politica. Secondo: i diversi livelli di governo sono parti complementari, non alternative, di un unico Stato. Lo Stato non cessa di essere unitario per il fatto di essersi dato un ordinamento federale. C'è una radicale diversità tra federalismo e secessionismo, ma la Lega Nord ha sempre avuto un atteggiamento ambivalente, confondendo l'elettorato, sfruttando l'esasperazione per le disfunzioni dell'amministrazione statale e l'incomprensione del sistema politico amministrativo verso il sorgere di una questione settentrionale. Mentre una considerevole parte di classe politica trasversale ai partiti nazionali il federalismo l'ha sempre osteggiato, contando proprio sul fallimento leghista.

La soluzione non può basarsi solo sulla rappresentanza di interessi di parte (quelli del Nord), come ha scritto domenica scorsa sul Corriere della Sera (clicca qui) Ernesto Galli della Loggi: "la crisi della Lega (e del berlusconismo) dimostra che serve un progetto nazionale". "In venti anni, infatti, quella che si presentava e per molti aspetti era un'iniziativa ambiziosa dal segno fortemente settentrionale - Lega/Forza Italia - non è riuscita ad aprire alcuna fase realmente nuova nella vita del Paese (tanto meno dal punto di vista economico), né a riformarne in meglio le istituzioni (il naufragio del cosiddetto federalismo è ormai sotto gli occhi di tutti) né a dar vita a una nuova età politica". "Le conseguenze? Nessuna o poca idea di nazione e di Stato, scarsa etica pubblica, noncuranza per le regole; e, come non bastasse, una leadership sempre incerta tra virulenza da capataz e un molto casalingo tirare a campare. I risultati li abbiamo visti."

C'è dunque un'autostrada spianata davanti a chi saprà mettere in campo un progetto politico nazionale, animato da un'ispirazione forte e autentica, da una visione generale, ricercando una mediazione innovativa e creativa tra le diverse esigenze di un Paese complesso come l'Italia.

Il Partito Democratico - come auspicavo nel documento che avevo stilato in occasione delle primarie del 2009 - deve dunque farsi oggi promotore dell'attuazione di un federalismo come elemento fondamentale di un progetto politico nazionale, nel quale porzioni maggiori della cosa pubblica siano affidate a comuni e regioni, per instaurare un ordinamento più efficiente e più democratico di quello centralizzato. Un federalismo che deve servire a rafforzare lo Stato, non a indebolirlo. Poiché - spiegava sempre Padoa Schioppa - "le diverse regioni inevitabilmente sono affidate a forze politiche tra loro diverse, e poiché i governi regionali sono chiamati a cooperare tra loro e con quello centrale nei numerosi campi in cui le competenze sono congiunte, un ordinamento federale può e deve contribuire a ridurre inutili asprezze del contrasto tra forze concorrenti. Esso obbliga tutte le formazioni politiche alla concretezza e alla responsabilità che solo l'effettivo, e revocabile, esercizio del potere impone. Costituisce un sistema di formazione alla politica e all'arte di governo molto più sano delle sole macchine di partito". Inoltre "è difficile - continuava Padoa Schioppa - che un mercato si esaurisca in un ambito così locale com'è il territorio del Comune, della Provincia, o della Regione; spesso il potere centrale, pur tanto criticato, è il solo a poter contrastare la spinta di interessi particolari, nocivi all'economia".

In Italia, come in quasi tutti i Paesi europei, la vita dei cittadini e delle imprese si svolge ormai sotto l'egida di quattro livelli di governo: comunale, regionale, nazionale, europeo. Ognuno di essi ha competenze importanti e dispone di poteri rilevanti per esercitarle. Ognuno di essi (anche la Commissione di Bruxelles) riceve il proprio incarico da una procedura nella quale la volontà espressa dal voto ha un peso. Il governo nazionale (e lo stiamo vedendo con il Governo Monti) dei quattro è il più importante. Esso esercita, infatti, le funzioni fondamentali dello Stato ed è il soggetto attraverso il quale i Paesi membri operano nell'Unione europea. In ogni struttura federale è così.

Il problema è che in Italia il governo nazionale è elefantiaco, pesante e pervasivo, ma debole: si pensi al deficit di controllo del territorio e di legalità in alcuni parti del Centro-Sud, o al livello da primato dell'evasione fiscale e, in materia di giustizia, alle centinaia di migliaia di reati che si prescrivono ogni anno, solo per fare alcuni esempi.

Realizzare un ordinamento federale significa allora prima di tutto alleggerire l'apparato pubblico ed insieme rafforzarne l'azione, attraverso un vero e proprio piano di ristrutturazione dei livelli di governo, di tutti, dai ministeri ai comuni, non limitandosi al maquillage delle Province, per es. riprendendo in mano - in modo concertato tra i diversi livelli - anche l'ambizioso progetto di riordino (e riduzione) delle stesse Regioni indicato sin dal 1996 dalla Fondazione Agnelli.  Vogliamo avere il coraggio di provarci?

pubblicata il 09 aprile 2012

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