Dalla tragedia del Giglio una riflessione per l'Italia

21 gennaio 2012

giglio_tragediaMercoledì 18 gennaio il Governo è intervenuto in Aula alla Camera per una informativa urgente sulla vicenda del naufragio della nave Costa Concordia nei pressi dell’isola del Giglio. Il bilancio ufficiale della tragedia è di 24 dispersi e di 13 morti accertati. Una vicenda sconvolgente su cui occorre fare luce a 360 gradi. Le responsabilità del comandante sono evidenti, ma anche altri aspetti richiedono di essere chiariti, come i tempi e il ritardo con cui è stato dato l'allarme, la mancanza di un’adeguata organizzazione a bordo in caso di emergenza, le responsabilità della società armatrice, la tolleranza da parte delle autorità di controllo delle violazioni della normativa sulle rotte delle grandi navi. Sarà compito degli inquirenti e della magistratura accertare le cause e le responsabilità penali di questo tragico evento che, come ha detto il viceministro Ciaccia, “si presenta come uno degli eventi che ha coinvolto il maggior numero di passeggeri nella storia della navigazione marittima”.

I ministri dello Sviluppo economico, Corrado Passera, dell’Ambiente, Corrado Clini, e il viceministro delle Infrastrutture e Trasporti, Mario Ciaccia, intervenuti in Aula, hanno assunto l’impegno di adottare misure di limitazione per le rotte delle grandi navi da crociera in aree sensibili e a rischio (pensiamo anche alla laguna di Venezia). La legge n. 51 del 2011 – come ha detto Clini - prevede che il ministro dell'Ambiente e quello dei Trasporti possano prendere in considerazione 'limitazioni nelle aree a rischio’. Inoltre, è 'possibile promuovere accordi volontari ed autoregolati' con le compagnie. In merito alla pratica del c.d. 'inchino’, Clini ha affermato che 'queste consuetudini non possono più essere tollerate'. Al termine dell’informativa il Governo ha annunciato che proporrà un encomio solenne per il capitano di fregata Gregorio De Falco, della Capitaneria di Porto di Livorno, che nel corso delle operazioni di soccorso alla Costa Concordia ‘si è particolarmente distinto’ e di cui tutti ricorderemo la drammatica telefonata con il comandante Schettino, in cui con duri toni De Falco invitava il comandante a risalire sulla nave, peraltro rimanendo inascoltato.

La condotta del comandante Schettino è stata davvero inquietante. Il danno che ha arrecato alle vittime e al nostro Paese è “un disastro di proporzioni mondiali”, ha scritto nella sua ordinanza il Giudice per le indagini preliminari di Grosseto. Ma quello che sconcerta di più è che sembra non essersene neppure reso conto, visto che il Gip scrive nel suo provvedimento: “Seppure Schettino ammette una certa imprudenza nel corso dell’interrogatorio, egli cerca di stemperare l’enormità del suo errore descrivendo la manovra successiva, compiuta per evitare l’allontanamento della nave dalla costa del Giglio. Ricordando quella manovra nei dettagli, Schettino afferma di essere ‘un bravo comandante’. Ciò appare indice di una incredibile leggerezza nel valutare la portata effettiva della condotta posta in essere che provocava il naufragio dei passeggeri e la morte delle vittime accertate. Schettino ammette il fatto ma poi passa a descrivere la fase della manovra di emergenza che, a quel punto, come detto, rientrava, almeno quella, tra i suoi doveri. Ma a tale leggerezza va aggiunta anche la totale incapacità di gestire le fasi successive dell’emergenza creatasi, così ritardando i soccorsi dalla terraferma.”

Credo che la bravata della manovra dell’inchino, che pure ha provocato il sinistro, non sia la colpa più grave di Schettino, se è vero – come è vero - che si tratta di una prassi, di una consuetudine, come ha ammesso lo stesso ministro Clini, e lui si sentiva così sicuro da ripeterla, con il tacito placet degli altri ufficiali (visto che nessuno a quanto pare ha provato a farlo desistere) e la tolleranza delle autorità di controllo, che certo non potevano non sapere di questa ‘abitudine’. La cosa più grave è piuttosto il fatto che, dopo l’errore, abbia taciuto la verità, dando l’allarme con grave ritardo, e poi vigliaccamente abbandonato la nave. Questo è stato il segno massimo della sua irresponsabilità. Scrive sempre il Gip: “E’ accertato (…) che il comandante non potesse non rendersi conto nell’immediato della gravità del danno prodotto. Sia per l’inclinazione sempre più evidente della nave, sia perché avvertito dal personale dell’imbarco ingente di acqua.” Eppure, mentre l’impatto contro lo scoglio risale alle ore 21.45 solo “alle 22.58 – si legge nell’ordinanza - il comandante ordinava l’abbandono della nave che comunicava alle autorità costiere.” E se ne allontanava, abbandonando passeggeri ed equipaggio al loro destino.

Il mondo ha visto in questa condotta del comandante Schettino la metafora del carattere italico e questo  ha rappresentato una grave ferita per l’orgoglio nazionale, che ha coinvolto gli italiani oltre misura, i quali – tutti d’accordo per una volta - hanno subito diviso il mondo in due: da un parte i De Falco, cioè i buoni, e dall’altra gli Schettino, cioè i cattivi, contro il quale vibrare di sdegno, sentendoci ognuno un eroe in pectore davanti ad una così evidente viltà. In fondo di fronte alla complessità del mondo di oggi, alle incertezze morali che accompagnano le discussioni e le nostre scelte in vari campi (come ad es. l’evasione fiscale in materia economica, o il testamento biologico nel campo della bioetica), abbiamo tutti nostalgia di questioni in cui sia chiaro il confine tra il bene ed il male. In un caso come questo, possiamo finalmente essere dei giudici popolari contro un colpevole vero, sentendoci più buoni e più giusti, identificandoci con i De Falco anche a difesa dell’onore del nostro Paese. In un momento così difficile e confuso per l’Italia come quello che stiamo vivendo, sul piano interno ed internazionale per la crisi economico-finanziaria, certezze come questa, anche se tristi, hanno una funzione catartica, un sapore consolatorio. Mentre è un’altra la riflessione che dovremmo aprire come singoli e come comunità nazionale.

E' significativa l’analogia possibile tra la bravata irresponsabile del comandante della nave Costa Concordia e le bravate irresponsabili dell'ex comandante della nave Italia (Berlusconi), che ci hanno portato sul baratro del default (sbattendo con il peso del nostro debito pubblico sullo scoglio dei mercati), mentre da Capo del Governo ci assicurava che invece tutto andava bene ed anzi che l’Italia stava meglio degli altri Paesi, con il placet dei suoi alleati (Lega in primis, che ora è passata alla populistica opposizione nelle piazze, come se non fosse stata con lui nella plancia della nave Italia) e la tolleranza delle altre classi dirigenti del Paese, per finire poi con l’abbandonare la nave al momento del naufragio con l’unica preoccupazione di salvare se stesso (per evitare la caduta dei titoli Fininvest), facendo perdere al Paese ogni credibilità in sede internazionale.

Berlusconi (e Bossi) non sono un caso accidentale della nostra storia, sono quelli che gli italiani (la maggioranza degli italiani) hanno scelto con libere elezioni per guidare il Paese nell’ultimo decennio, perché assomigliano a loro stessi, perché dicevano le cose che gli italiani vogliono ascoltare. Per questo non basta avere cambiato il comandante (Monti è il De Falco della politica), come testimonia l’andamento dello stesso spread con i titoli tedeschi. L'Italia ha un problema di credibilità complessiva, come sistema-paese, perché appariamo all’esterno come un popolo senza una precisa identità, senza ambizioni nazionali, spendaccione e dissipatore, incapace di tutelare il proprio patrimonio artistico e naturale, in cui ognuno si arrangia alla meglio, con furbizie e piccole o grandi illegalità, raccomandazioni e clientele, pensando ai propri affari e alla propria cerchia familiare, in un familismo amorale che disprezza l’autorità pubblica, un paese pur ricchissimo di storia, arte, eccellenze scientifiche e imprenditoriali, ma che non fa nulla per ergere il criterio del merito a sistema e che confonde la solidarietà con l’assistenzialismo. Questa è la cattiva fama che ci siamo fatti collettivamente, rafforzata dalle bravate di chi abbiamo scelto per rappresentarci negli ultimi anni nei consessi istituzionali europei ed internazionali, nonostante i moltissimi eroi che in questo nostro Paese fanno ogni giorno il loro dovere.

E’ questa la vera sfida che l’Italia e gli italiani devono ingaggiare per recuperare credibilità, più che quella degli spread tra Bot e i titoli tedeschi.  L’Italia è cresciuta nel dopoguerra, trasformandosi da terra di emigranti a uno dei paesi più prosperi, perchè spinta da un’ansia di rincorsa. Come ha scritto con grande efficacia il compianto Tommaso Padoa Schioppa: “l'Italia è come un ciclista capace di straordinarie rincorse per raggiungere il gruppo, ma incapace di una gara di testa o di andare in fuga. Sembra che solo l'angoscia del ritardo e l'incubo della squalifica riescano a infonderci l'energia e la volontà necessarie per dare il massimo e per raggiungere mete altrimenti giudicate troppo ambiziose per un paese in difficoltà come il nostro.” Oggi questo non basta più, occorre uno scatto d'orgoglio collettivo, un'ambizione nazionale corale, l’ambizione di eccellere non solo come singoli, ma come comunità, per recuperare non solo la fiducia degli altri, ma prima ancora la fiducia in noi stessi.
 
 
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pubblicata il 21 gennaio 2012

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