La manovra per la crescita e l'occupazione c' gi: basta attuarla!

02 ottobre 2018

La nota di aggiornamento al Def annunciata dal Governo giallo-verde già divide il Paese. Eppure ai più sfugge quella che è una manovra per la crescita e l’occupazione già bella e pronta. Mi spiego. Alcune sentenze della Corte costituzionale pubblicate a fine 2017 e nel 2018 hanno stabilito il principio che l’avanzo di amministrazione degli enti locali, sia libero che vincolato, deve concorrere alla definizione dell’equilibrio di bilancio. Alcune disposizioni della leggi n. 243/2012 e n. 232/2016 sono state pertanto oggetto di interpretazione costituzionalmente orientata o di censura.

Per effetto di queste pronunce è stato sbloccato un tesoretto di risorse che gli enti locali possono finalmente impiegare per gli investimenti in scuole, strade, infrastrutture, ecc. Si tratta di almeno 16, 2 miliardi di euro, già versati dai contribuenti e bloccati sino a qui nelle casse di Regioni (5 miliardi di euro), Città Metropolitane e Province (2 miliardi) e Comuni (9 miliardi). Cifre queste ricavate dai consuntivi del 2016 riportate in un Focus del marzo scorso dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Di cui almeno 1 miliardo sono riferibili al Veneto. Risorse vere, con cui si potrebbero avviare in tempi rapidi sui territori tante opere pubbliche, generando a livello nazionale crescita (ben oltre un punto di Pil), occupazione (oltre 200mila posti di lavoro), entrate fiscali (5-6 miliardi). E in Veneto? Secondo uno studio di Ca' Foscari e Unioncamere, commissionato dall' Anci regionale, un aumento dello 0,7 per cento del Pil regionale, 13.400 posti di lavoro, 360 milioni di entrate fiscali.

Ma con un emendamento al Decreto legge n. 91/2018 (c.d. “Proroga termini”) è stato dato solo parziale adempimento a tali sentenze, assegnando agli enti locali per l’utilizzo dei loro avanzi uno spazio limitato ad appena 1 miliardo di euro, per di più spalmato in ben 4 anni, creando a tal fine un fondo, dotato solo in termini di indebitamento netto e fabbisogno, sospendendo sino al 2020 l’efficacia delle delibere CIPE che assegnavano risorse, già stanziate a legislazione vigente, in favore degli interventi di riqualificazione delle periferie. Questo intervento sottrae per il 2018 e 2019 complessivamente risorse agli enti locali (Comuni capoluogo e Città Metropolitane) per circa 1.030 milioni, lasciando nondimeno invariata la capacità di investimento del comparto Comuni, Province e Città Metropolitane: a fronte della mancata erogazione delle risorse aggiuntive in favore degli enti già assegnatari dei fondi per le periferie, si consente infatti agli enti che dispongono di risorse proprie la possibilità di spendere i propri avanzi in pari misura.

E’ evidente che questa misura non dà affatto attuazione alle citate sentenze della Corte costituzionale, che escludono del tutto la possibilità di limitare l’utilizzo dell’avanzo di amministrazione accertato dagli enti locali nei rendiconti approvati ad aprile scorso. Così come è evidente che darvi invece attuazione è la misura a sostegno della crescita e dell’occupazione di cui ha bisogno il Paese, senza ricercare né risorse (sono già nelle casse degli enti), né coperture aggiuntive.

Benché il valore contabile degli avanzi sia, infatti, elevato, l’effetto di maggiore spesa rispetto agli andamenti tendenziali della spesa pubblica derivante dalla libera disponibilità degli avanzi potrebbe risultare contenuto in considerazione dei seguenti aspetti: a) l’aumento della capacità di spesa si registrerebbe presumibilmente con gradualità, anche in considerazione della ridotte capacità di progettazione e realizzazione delle opere da parte degli enti, a seguito di un decennio di riduzione delle risorse materiali e umane destinate allo sviluppo degli investimenti; b) l’andamento tendenziale della spesa di investimento delle Amministrazioni locali risulta regolarmente sovrastimato, da molti anni, rispetto alla spesa registrata a consuntivo. Anche quest’anno, come risulta dai dati Siope. E’ pertanto prevedibile che una ripresa effettiva della spesa per investimento – drammaticamente crollata in questi anni, non solo per le riforme che hanno aggravato le procedure di appalto, ma anche per i vincoli finanziari e i pesanti tagli di risorse applicati al comparto degli enti locali che era la più grande, anche se diffusa, stazione appaltante del Paese - possa trovare in larga misura capienza negli andamenti tendenziali previsti a legislazione vigente.

In ogni caso, una ulteriore, rilevante, copertura prudenziale può essere agevolmente trovata includendo nella determinazione dell’equilibrio di bilancio gli accantonamenti del Fondo crediti di dubbia esigibilità (FCDE), oggi paradossalmente non considerati ai fini del rispetto del pareggio, quando invece si tratta di risorse finalizzate a sterilizzare le entrate “gonfiate” o inesigibili degli enti, dunque non idonee a finanziare spese effettive. Era la proposta oggetto di un mio emendamento bocciato in sede di discussione della Legge di Stabilità 2016 (il n. 35.4).

Due anni dopo ci ha pensato la Consulta ad innovare l’assetto normativo vigente, realizzando così una vera e propria manovra virtuosa per la crescita. E gli amministratori locali possono già darvi attuazione, senza bisogno di tornare con il cappello in mano a Roma.

P.s. una sintesi di questo intervento è stata inviata al Gazzettino il 28 settembre 2018

 


pubblicata il 02 ottobre 2018

 
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