Non si parla di Riforma federale dello Stato: ecco il mio intervento sui quotidiani Finegil

03 aprile 2018

Gli interventi di Giancarlo Corò e Paolo Gurisatti sulla necessità di una costituente per la riforma federale dello Stato fanno sperare che si apra un dibattito utile a fare i conti con la frattura nella geografia elettorale e politica dell'Italia, evidente a tutti dopo il 4 marzo e tale da infrangere definitivamente la retorica politica sul mito dell'unità nazionale.

Il modello degli Stati nazionali e il connesso armamentario ideologico sono peraltro entrati in crisi ovunque nel tempo della globalizzazione economica, dimostrando come la ricerca della forma di Stato più adatta ai tempi e alle diverse realtà territoriali non sia un astratto esercizio filosofico, ma una necessità generale per costruire Istituzioni democratiche in grado di rispondere alla domanda sociale di "un equilibrio fra prosperità e vivibilità, apertura e protezione economica, governance efficace e ascolto della voce dei cittadini, individualismo e coesione, libertà economica e welfare" (Parag Khanna, La rinascita delle Città-Stato).

Proprio la scorsa settimana ho avuto l'occasione di avere una serie di colloqui in Catalogna con esponenti sia della società civile, sia di partiti della sinistra catalana, come il Partito Socialista, non indipendentista, ed Esquerra Republicana, indipendentista. Ed è emerso con chiarezza come la questione catalana ponga al centro del dibattito politico la riforma federale dello Stato dentro ad un più ampio disegno democratico di nuovo federalismo europeo. La Catalogna è l'esempio di una comunità territoriale con una forte identità culturale ed economica che chiede allo Stato centrale il riconoscimento della propria esistenza e di un governo che ne rappresenti gli interessi per assumere le decisioni utili al benessere degli abitanti. Una richiesta dunque di cambiamento della relazione tra comunità territoriale e Stato centrale e dunque di sovranità condivisa, a cui il governo spagnolo risponde affermando che serve una riforma dell'attuale Costituzione, pena l'illegalità. Ma come può una minoranza del Parlamento spagnolo (quella catalana) cambiare la Costituzione? Da qui il corto circuito, per superare il quale servono nuovi modelli e strumenti costituzionali per costruire istituzioni in grado di far convivere la diversità e le istanze pluraliste dentro a una cornice comune basata su un patto (un foedus, appunto) tra soggetti 'sovrani' di più ampie comunità pluralistiche.

Non è forse analoga la domanda politica emersa con chiarezza dai cittadini veneti nel referendum per l'autonomia del 22 ottobre scorso?

E, sia pure senza la medesima spinta della volontà popolare, i governi locali di Lombardia ed Emilia-Romagna non chiedono forse anch'essi di limitare il potere (e i possibili danni) dello Stato centrale, lasciando invece maggiori spazi di autonomia alle Regioni e alle città? Dunque anche in Italia i territori più vicini all'Europa continentale e più avanzati e attrezzati nel raccogliere le sfide della globalizzazione avevano già fatto emergere i limiti dell'assetto centralista dello Stato italiano.

Dopo il 4 marzo però la frattura territoriale tra Nord e Sud del Paese è emersa con una evidenza tale da non poter più essere ignorata, con due partiti, Lega e M5S, che ne hanno interpretato le diverse esigenze ed interessi, dimostrando che è quanto mai urgente anche in Italia la riforma federale dello Stato, che dovrà cedere sovranità verso il basso, ma anche verso l'alto. Un tema drammaticamente assente dal dibattito e dai programmi del centrosinistra italiano, che sta lasciando proprio ai partiti più scettici verso l'Europa di interpretare la domanda di un modello di governance più utile ai cittadini, alle imprese, ai territori, che hanno bisogno di politiche economiche e tecniche amministrative distinte.

Sapranno i vincitori delle elezioni essere all'altezza della sfida? E gli sconfitti partiti nazionali tradizionali sapranno correggere radicalmente la rotta? In particolare il partito democratico che era nato anche per giocare questa sfida federalista?

Credo che dipenderà anche dalla capacità di promuovere un dibattito nella società civile all'altezza della sfida, per diffondere e far crescere una cultura federalista dal basso. Che significa in sostanza il riconoscimento reciproco delle differenze esistenti, il rispetto delle stesse, nella volontà di vivere in armonia sulla base di accordi che assicurano una democratica e prospera convivenza.

 

 

 


pubblicata il 03 aprile 2018

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