Spending review, un mio ordine del giorno chiede di applicare i costi standard per scongiurare nuovi tagli lineari

13 luglio 2012

tagli_spesaMartedì 3 luglio ho presentato alla Camera un ordine del giorno in sede di conversione in legge del decreto n. 52 del 7 maggio 2012 per la razionalizzazione della spesa pubblica, nel quale ho chiesto al Governo di impostare su criteri più equi ed efficaci il complesso processo di spending review. In particolare, l’ordine del giorno impegna il Governo ad applicare, nei prossimi provvedimenti in materia di revisione della spesa degli enti locali, i dati sui fabbisogni standard di spesa, almeno per le funzioni in cui si abbiano elementi sufficienti, come pure per le regioni e per la spesa sanitaria, evitando così, da un lato, tagli indiscriminati e perciò iniqui ed inefficaci e, dall'altro, indirizzando le spesa corrente dei singoli enti territoriali entro i limiti di tali fabbisogni standard, in modo da rispondere adeguatamente alle reali necessità e bisogni cui gli stessi devono soddisfare. E’ arrivato il momento che i cittadini dei Comuni e delle Regioni che hanno impiegato correttamente e con parsimonia il denaro pubblico non debbano più pagare anche per quelli che continuano a sprecare.

L’ordine del giorno (clicca qui) è stato accolto in toto dal Sottosegretario Polillo, ma devo dire che il provvedimento  da ultimo arrivato al Senato, il decreto-legge n. 95 del 6 luglio 2012 recante “disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica ad invarianza dei servizi ai cittadini” (clicca qui), non sembra essere in linea con questo impegno.

Razionalizzare la spesa pubblica è necessario ed etico, anche per evitare l’aumento dell’Iva previsto dalle manovre economiche dell’anno scorso, che penalizzerebbe ulteriormente i consumi in particolare delle fasce più deboli della popolazione, ma è fondamentale il modo in cui viene portato avanti questo processo. Su un intervento che a regime vale 11 miliardi di euro, una parte molto consistente deriva dai tagli ai trasferimenti agli enti locali e dall'inasprimento del patto di stabilità per le Regioni, attuati senza una vera operazione di spending review, in modo slegato da piani industriali e processi di razionalizzazione che entrino nei meccanismi di dettaglio della spesa. In pratica, il rischio è che si tratti di una manovra: si indicano le cifre che si vogliono risparmiare e poi si demanda a un confronto tra lo Stato e le autonomie la ripartizione di questi tagli, molto simili quindi ai tagli lineari di tremontiana memoria. Con la conseguenza che, anziché raggiungere l’obiettivo di una vera spending review, che è quello di migliorare la qualità ed il rendimento della spesa pubblica, si rischia di penalizzare gli utenti di una serie di servizi essenziali, che sono gestiti dagli enti locali, in una fase in cui già c'erano già delle difficoltà in ragione dei tagli delle precedenti manovre.

Lo stesso Ministro Giarda ha espresso delle riserve in ordine ala riduzione dei trasferimenti a regioni ed enti locali, in particolare ai comuni: “Viene introdotta – ha rilevato il Ministro dei rapporti con il Parlamento – la cosiddetta clausola di default che fissa i criteri da utilizzare per ripartire tra i diversi comuni l’importo del taglio di 2 miliardi a regime. La clausola, che scatta comunque qualora non si raggiungano accordi in sede di conferenza Stato-Città, stabilisce una decurtazione ai trasferimenti dei singoli enti proporzionale al livello della spesa per consumi intermedi rilevata dai bilanci”. Ed ha aggiunto che avrebbe preferito “una soluzione diversa, basata sulla considerazione dei livelli di spesa corrente pro capite secondo la classe di appartenenza” (così sul Sole 24 Ore del 12 luglio scorso). Credo che queste considerazioni debbano costituire la base per una ulteriore riflessione e per una correzione del decreto, in caso contrario, poiché non credo che in Conferenza Stato-Città possano prevalere scelte basate su criteri di merito diversi, saremo di fronte all’ennesimo taglio lineare che non solo penalizzerà, ma anche befferà, i comuni virtuosi.

Per questo dobbiamo far sentire forte la nostra voce critica prima della conversione del decreto. Anche se i tempi sono sicuramente molto stretti e la situazione è condizionata dalla drammatica crisi finanziaria della zona Euro è necessario riconnettere la spending review con i processi di attuazione del Federalismo fiscale: la revisione della spesa non può essere disgiunta dalla determinazione dei costi dei fabbisogni standard degli enti locali, come propongo nel mio ordine del giorno. Occorre sì razionalizzare la spesa, ma intervenendo dove c'è veramente un eccesso di spesa in rapporto alla quantità e alla qualità dei servizi offerti. Non deve prevalere la fretta di conseguire comunque dei risultati di riduzione della spesa pubblica rispetto alla qualità, con la probabile conseguenza che le amministrazioni più virtuose siano quelle costrette a tagliare i servizi offerti ai cittadini. Anche perché gli enti locali non  possono utilizzare oltre i margini di autonomia tributaria già impiegati per far fronte ai tagli precedenti.

Va ripreso l’insegnamento del compianto Ministro Padoa Schioppa, il quale si è speso nei due anni del suo ministero nello sforzo di “porre il controllo della spesa pubblica in termini di qualità, prima che di quantità, addestrare a tal fine le strutture ministeriali (e in particolare la Ragioneria generale dello Stato), persuadere classe politica, parti sociali e opinione pubblica che la spesa va piuttosto ‘riqualificata’ che rozzamente ‘tagliata’”. Egli diceva: “Una migliore giustizia è possibile senza maggior spesa in giustizia, una migliore istruzione è possibile senza maggiore spesa in istruzione”. Dunque l’obiettivo della spending review è ‘spendere meglio’ prima ancora che spendere meno, essendo questa piuttosto la conseguenza della prima azione.

In una visita al collega Gordon Brown, Tommaso Padoa Schioppa avviò una collaborazione per acquisire all’Italia il metodo della spending review sperimentato con successo in Gran Bretagna. Seguì una missione a Roma del Fondo monetario internazionale. La prima Legge finanziaria del Governo Prodi, quella approvata nel dicembre 2006, istituì la Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica (alla cui Presidenza fu chiamato il Professor Gilberto Muraro). Grazie al lavoro della Commissione, per la prima volta, è stato documentato come sia possibile ottenere simultaneamente economie di spesa e miglioramenti del servizio pubblico in materia di scuola, sicurezza, ricerca, giustizia, organizzazione periferica dello Stato centrale, e via dicendo.

Al Ministro che è succeduto nel maggio 2008 sono state così consegnate da TPS le basi tecniche e conoscitive per un’azione fondata sul principio dell’allineamento progressivo alle realtà migliori, unitamente al passaggio ad un bilancio classificato per missioni e programmi, che ha posto le premesse sia per una consapevole discussione politica – prima nel Governo, poi in Parlamento – degli obiettivi e delle priorità da realizzare attraverso la spesa sia per una gestione responsabile delle risorse da parte delle amministrazioni. Nel 2007 è stato infatti messo a punto il primo e più leggibile bilancio strutturato per missioni, nel quale furono individuati circa 700 milioni di euro di risparmi di spesa.

Questa l’eredità di appena due anni di lavoro dissipata dal Ministro Tremonti, ma che anche questo Governo dovrebbe sicuramente valorizzare di più.

pubblicata il 13 luglio 2012

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