Venezia messa in ginocchio da "conclamata ignavia politico-burocratica"

16 novembre 2019

Questa la causa del disastro che ha colpito Venezia e la laguna il 12 novembre scorso secondo Paolo Costa, un veneziano che conosce bene le cose per competenze tecniche, ma anche politiche, essendo stato sindaco, ministro dei Lavori pubblici e presidente del Porto di Venezia. Difficile trovare una sintesi migliore se solo si fa una sommaria ricerca su Wikipedia.

Dopo l''acqua grandadel 1966 solo per 'decidere' cosa fare per proteggere Venezia si sono succeduti 20 governi, 13 presidenti del Consiglio, 15 ministri dei Lavori pubblici e 4 presidenti di Regione. Il via libero definitivo al Mose è arrivato infatti nel 1986, presidente del Consiglio Bettino Craxi e della Regione Carlo Bernini. Ma i lavori iniziarono solo nel 2003, dopo altri 15 governi, 13 presidenti del consiglio, 14 ministri dei Lavori pubblici e 6 presidenti di Regione: sarà Berlusconi a posare la prima pietra insieme al ministro Matteoli e al presidente Galan. Da allora ad oggi si sono poi susseguiti altri 9 governi, 8 presidenti del Consiglio, 8 ministri delle Infrastrutture e Trasporti, nonché 2 presidenti di Regione (Galan e Zaia).

Quanto alla responsabilità burocratica, la stessa ha sempre fatto capo al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e in particolare sino al 2014 al Magistrato alle Acque di Venezia, che ebbe ad approvare la concessione per la realizzazione del controverso progetto MOSE al Consorzio Venezia Nuova, una associazione di svariate imprese private, costituito nel 1982, nel tempo presieduto da Matteo Costantino (1982-1985), Luigi Zanda (1985-1995), Franco Carraro (1995-2000), Paolo Savona (2000-2005), Giovanni Mazzacurati (2005-2013) e Mauro Fabris (2013-2014). Il Magistrato alle Acque quale Amministrazione concedente doveva controllare l'attività del Consorzio concessionario, che invece è diventato di fatto il dominus del Mose.

Dopo lo scandalo delle tangenti scoperto nel 2013 dalla magistratura veneziana (che ha visto coinvolti sia i vertici del Consorzio che due presidenti del Magistratura alle Acque, oltre politici regionali e nazionali, un giudice contabile e un generale della guardia di finanza), nel 2014 l'organo amministrativo statale del Magistrato alle Acque, dopo 500 anni di storia, è stato soppresso dal Governo Renzi, che ne ha passato le competenze al Provveditorato interregionale alle Opere Pubbliche del Triveneto, che fa sempre capo al ministero delle Infrastrutture. Mentre il braccio operativo costituito del Consorzio è stato sottoposto dal 1º dicembre 2014 ad Amministrazione straordinaria: il prefetto di Roma su proposta dell'Anac presieduta da Cantone ha nominato amministratori straordinari il dott. Luigi Magistro (dimessosi nel maggio 2017), l'ing. Francesco Ossola e l'avv. Giuseppe Fiengo. Un cambio della governance che ha di fatto rallentato i lavori, avanzati negli ultimi 5 anni solo del 5%.

Non solo: il 12 novembre scorso - come ha raccontato lo stesso Paolo Costa - vi era un vuoto nella catena di comando. Il Provveditore alle Opere Pubbliche non cera, perché si attendeva la sua nomina da mesi, essendo stato messo a riposo Roberto Linetti per raggiunta età pensionabile, nonostante avesse espresso il desiderio di rimanere anche 'pro bono' per gestire la fine dei lavori del Mose. Così come da mesi era attesa la nomina del Commissario governativo che a norma della c.d. legge Sblocca-cantieridovrebbe far completare il 5% mancante dei lavori e risolvere la questione della futura gestione del Mose. Ma il paradosso è che se anche il Provveditore alle Opere Pubbliche fosse stato nominato non avrebbe avuto il potere di decidere, visto che le competenze sulla laguna sono state trasferite per legge dal 2014 alla Città Metropolitana di Venezia, ma solo sulla carta, perché sono cinque anni che si attende il necessario decreto di attuazione per il passaggio effettivo. Così quando lunedì scorso il sindaco di Chioggia ha chiamato lavv. Giuseppe Fiengo, uno dei commissari straordinari del Consorzio, per chiedergli di fare un tentativo alzando le paratie della bocca di porto di Chioggia, questi ha considerato positivamente la possibilità, ma laltro commissario, l’ing. Francesco Ossola, non è stato daccordo. Vi è chi invece pensa che si poteva correre il rischio di sollevare tutte o parte delle paratoie del Mose (alla bocca di San Nicolò o a quella di Chioggia) per provare a limitare il disastro.

Così dopo 53 anni dall''acqua granda' del '66, 44 governi della Repubblica e quasi 8 miliardi di euro di spesa a carico dei contribuenti italiani un'opera realizzata al 95% (ma doveva essere ultimata nel 1995) non è servita a nulla. Dopo l''acqua granda' del 2019 la neo ministra De Micheli ha dichiarato che l'assetto frammentato di competenze e poteri su Venezia è da rivedere e annunciato la nomina del Supercommissario Elisabetta Spitz per finire il Mose almeno per il 2021, implicita ammissione dell'inadeguata organizzazione istituzionale ordinariamente vigente. L'ulteriore paradosso è che fra dieci anni, a causa dell'aumento del livello del mare per il cambiamento climatico, il Mose rischia di essere inutile.

Ecco dunque cosa ha messo in ginocchio Venezia: non il cambiamento climatico, non ancora almeno, ma il perverso sistema politico-burocratico che impiomba il Paese da decenni e che nei meandri di competenze e procedure non permette mai ai cittadini di capire di chi sia la responsabilità. Perchè quando tutti sono responsabili nessuno in realtà è responsabile. In un Paese civile questo dovrebbe generare l'indignazione necessaria per un radicale cambiamento, ispirato al principio autonomistico previsto insieme a quello del decentramento dall'art. 5 della Costituzione, che ha in sé la carica rivoluzionaria necessaria a riformare l'organizzazione dello Stato partendo dal basso: chiarezza delle competenze attribuite secondo il principio di sussidiarietà, efficacia dell'azione amministrativa misurata su obiettivi, trasparenza nella rendicontazione delle risorse fiscali. Perchè Autonomia è responsabilità. Perchè è nella Comunità locale che "possono nascere una maggiore responsabilità, un forte senso comunitario, una speciale capacità di cura ed una creatività più generosa, un profondo amore per la propria terra, come pure il pensare a quello che si lascia ai propri figli e nipoti" (da Enciclica Laudato Si').

 

 

     

 

 


pubblicata il 16 novembre 2019

 
 
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