Pd, De Menech e la segreteria si dimettono

26 settembre 2015

Congresso straordinario a febbraio 2016, oggi a Praglia per rigenerare il partito arriva il ministro delle Riforme Boschi

PADOVA. Il Pd azzera la segreteria veneta dopo la batosta alle regionali e fissa a febbraio 2016 il congresso straordinario: quel 16,6% diventato il 23% con la coalizione Moretti-Presidente è un incubo che ha scosso il partito e messo in crisi i giovani leoni renziani. Non tanto Alessandra Moretti, che ha rinunciato alla poltrona di eurodeputata con superstipendio da 20 mila euro per la sfida impossibile contro Luca Zaia, quanto il segretario veneto Roger De Menech, che ieri ha confermato le dimissioni e spianato la strada al congresso straordinario. Un atto dovuto: con lui tutta la segreteria, che esce di scena con il placet della direzione, riunita a Piazza De Gasperi a Padova. L’atto formale è rinviato al 3 ottobre davanti all’assemblea regionale nel pieno rispetto dello statuto. «Sono pronto a fare un passo indietro» aveva detto il deputato bellunese pochi giorni dopo il flop alle urne: quel 65-70% di consenso in assemblea si è dissolto in fretta perché il gruppo Cuperlo fa corsa a sé mentre a Treviso Simonetta Rubinato ha rivendicato con coraggio e tenacia la necessità del congresso straordinario. Proposta accolta, per girare pagina: sarà davvero così? Le somme vere si tirano a gennaio 2016. Ma gli equilibri si sono rimescolati in fretta, con le diverse biografie: ci sono i «nativi» dem-renziani come De Menech, Manildo, Vantini e Santini e gli ex Dc di Giaretta e Variati per nulla convinti di andare in pensione consegnando il Veneto alla Lega di Salvini e Zaia. Nel «correntone» la figura di governo più autorevole porta la storia di Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, ex numero 2 della Cisl, legato a Franceschini, mentre gli ex Ds del gruppo Orfini-Fiano hanno garantito l’approvazione del Jobs Act e del nuovo Senato con un pragmatismo generazionale che ha segnato il divorzio con Bersani. All’opposizione interna resta il senatore Felice Casson, sconfitto da Brugnaro nella corsa a sindaco di Venezia e irriducibile avversario della riforma di palazzo Madama. Per girare pagina, oggi all’Abbazia di Praglia, i Dem hanno invitato il ministro Maria Elena Boschi, che un mese fa al Gay Pride di Padova ha promesso la legge sulle unioni civili entro il 15 ottobre. Traguardo difficile da raggiungere per le ostilità di Sel e del Ndc di Alfano e Giovanardi che non ne vogliono sapere di riconoscere le unioni gay. La Boschi ribadirà che la priorità resta il futuro Senato composto da 100 persone, scelte dai 20 consigli regionali e dai sindaci delle più importanti città, le aree metropolitane che hanno sostituito le Province. L’obiettivo del meeting è assai ambizioso: rigenerare il Pd e il centrosinistra, la cui storia di governo in Veneto è legata a quattro-cinque leader. Massimo Cacciari, cavaliere solitario della politica, sindaco di Venezia e intellettuale scomodo, mai entrato nel Pd; Flavio Zanonato, sindaco di Padova per 17 anni, ex ministro dell’Industria nel governo Letta e oggi eurodeputato; Achille Variati, sindaco di Vicenza, un ex dc che ha esiliato i dorotei e il forzaleghisti dalla città berica. Al trio dei vincenti si è aggiunto Giovanni Manildo, sindaco di Treviso, renziano doc, e artefice della rinascita civile della marca dopo la stagione di Gentilini, lo sceriffo «spaventa-immigrati». Infine a Belluno, Jacopo Massaro ha scritto da solo un capitolo nuovo e di successo. Tra musi lunghi e mal di pancia, il Pd cerca una nuova leadership per dialogare con la società veneta, la terra del capitalismo molecolare che si fida di Renzi a palazzo Chigi ma a Venezia ha incoronato Zaia imperatore e Bitonci suo console a Padova. (al.sal.)

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pubblicata il 26 settembre 2015

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