A settembre il banco di prova della riforma della Buona Scuola anche in Veneto

16 agosto 2015

 

"Manca poco più di un mese allavvio del nuovo anno scolastico che rappresenterà il banco di prova per testare le importanti novità introdotte dalla Riforma della Buona Scuola che abbiamo votato in Parlamento. In questi giorni gli uffici del Ministero e gli Uffici scolastici regionali sono impegnati a dare attuazione alle diverse fasi finalizzate allentrata in ruolo di oltre 100 mila docenti." Comincia così la lettera che ho inviato sabato 8 agosto scorso al Ministro dell'istruzione Stefania Giannini (clicca qui per leggerla), sottoscritta anche dalla collega Alessia Rotta, per rappresentare la nostra preoccupazione per la sperequazione a sfavore del Veneto nella distribuzione dei posti aggiuntivi messi a disposizione a livello nazionale, chiedendole di intervenire con urgenza per garantire la funzionalitàe l’efficienza dei servizi scolastici nella nostra Regione in vista dell'avvio a settembre del prossimo anno scolastico (vedi la rassegna stampa).

Secondo le anticipazioni pubblicate da Orizzonte Scuola, infatti, il piano di riparto deciso in luglio dell'organico aggiuntivo del personale docente assegnava al Veneto, per il prossimo anno scolastico 2015/2016, solo 150 delle 4.255 unità aggiuntive (vedi il prospetto), pari ad appena il 3,53% del contingente complessivo nazionale. Tenuto conto che la nostra Regione è stata negli scorsi anni tra quelle più penalizzate dalla politica di grandi tagli del Ministro Gelmini (vedi la mia interpellanza urgente del 2011), l'assegnazione di appena 150 docenti in più, su un organico di 47.882 posti - rispetto ai 200 posti richiesti dall'Ufficio scolastico regionale quale "dotazione minima" per esigenze insopprimibili di funzionamento del servizio, mentre per garantirne il buon funzionamento ne occorrerebbero almeno 382 unitàin più-, ove confermata avrebbe compromesso risultati buoni e di livello europeo delle competenze (rif. OCSE) e penalizzato la popolazione scolastica regionale, con il rischio di non garantire il regolare avvio del prossimo anno scolastico e di creare forte allarme e proteste di genitori e amministratori locali, a causa della impossibilità dell'Ufficio scolastico regionale di garantire una parte degli sdoppiamenti (con conseguente formazione di classi troppo numerose), il tempo pieno e nuove sezioni di scuola dell’infanzia.

Il Ministro Stefania Giannini, proprio a seguito della nostra iniziativa, martedì 11 agosto mi ha chiamata comunicandomi che nella mattinata era stata decisa lassegnazione di ulteriori 50 posti al Veneto (clicca qui per leggere la rassegna stampavedere il servizio sul tema del TG3 regionale). Si tratta di un incremento di un terzo dei 150 posti assegnati nel piano di riparto di luglio che consente di raggiungere quota 200, ovvero la dotazione minima necessaria a garantire le esigenze insopprimibili del servizio scolastico. Continueremo pertanto a lavorare perché a questa prima positiva risposta del Governo ne seguano altre, considerato che per garantire il buon funzionamento del sistema, già fortemente penalizzato negli anni scorsi dai tagli della Gelmini, ne occorrerebbero parecchi di più. A novembre arriveranno anche i docenti previsti dalla legge n. 107/2015 per il potenziamento dellautonomia scolastica: ma deve essere chiaro che l’assegnazione dei docenti alle regioni (sia quelli comuni che per il potenziamento) deve avvenire sulla base dell’unico criterio plausibile, ovvero i docenti devono essere inviati laddove ci sono gli studenti.

Rimane aperto il problema del sistema integrato della scuola dellinfanzia, già penalizzato in Veneto in modo grave negli ultimi anni, in conseguenza soprattutto del grave fenomeno della chiusura di asili paritari, costretti a cessare lattività a causa della riduzione dei finanziamenti di Stato e Regione e soprattutto dei gravi ritardi nella loro erogazione.

Su questo già lo scorso 20 aprile avevo predisposto un'interrogazione (clicca qui per leggerla) per chiedere al Ministro Giannini di provvedere con urgenza all'erogazione dei contributi stanziati per il 2014. In Veneto la situazione è del resto particolarmente drammatica, visto il rilevante numero di scuole dell'infanzia paritarie, che accolgono circa 86.600 bambini con 7.600 lavoratori dipendenti, con i gestori costretti a fare addirittura i conti con le richieste di pignoramento da parte dei fornitori. I dati che mi ha dato il Presidente della Fism del Veneto in un incontro del 31 luglio scorso indicano una media, negli ultimi 5 anni, di 10 scuole materne chiuse allanno, cioè 30 sezioni, 1.000 bambini iscritti in meno e circa 100 posti di lavoro in meno all'anno. Con la conseguenza di creare un vero e proprio problema sociale, perché lUfficio Scolastico regionale non riesce a sostituire per tutte le famiglie il servizio con sezioni di materna statale. Senza contare il patrimonio culturale e sociale che stiamo perdendo con la chiusura di scuole materne fondate dalle nostre comunità allinizio del secolo scorso. E’quindi comprensibile l’esasperazione espressa dai gestori e dallo stesso vescovo di Chioggia il 18 aprile u.s. a Vicenza durante il convegno promosso dalla Fism, a cui ho partecipato con Luigi Berlinguer (clicca qui).

Dal Ministero mi era quindi arrivata il 22 aprile scorso la conferma, con riferimento alle risorse dell'anno 2014, stanziate nel capitolo 1299 del Miur, finalizzate al sostegno delle paritarie attraverso le Regioni (capitolo finalmente eliminato dal 2015 grazie all'emendamento mio e dell'on. Gigli recepito nella legge di Stabilità 2015, che ha riunificato le risorse in un unico capitolo del Miur), che, dopo il via libera dall’Ufficio Centrale Bilancio presso il Miur per i mandati di pagamento delle somme alle singole Regioni, da maggio le risorse sarebbero state disponibili per essere distribuite dalle Regioni alle scuole. Su questo sono perciò intervenuta il 7 agosto scorso con un comunicato (clicca qui) in cui ho chiesto alla Giunta regionale spiegazioni sul perché siamo ad agosto ma non abbia ancora provveduto (a differenza di altre regioni, come la Toscana, la Puglia, ma anche la stessa Lombardia) ad erogare alle scuole paritarie i 25 milioni di euro trasferiti dal MIUR nelle casse della Regione ancora il 27 aprile scorso. Stante anche il grave ritardo nell'assegnazione degli stessi fondi regionali per gli asili nido (anche comunali) e per le scuole materne per l'anno scolastico 2014/2015 già concluso, le scuole sono infatti all'asfissia e in difficoltà nel pagamento del personale. Ho invitato quindi la Giunta regionale a concordare un piano trasparente di pagamenti rateali a scadenze certe, come sta facendo la Regione Toscana.

Quanto alle risorse stanziate invece per l’anno 2015 nell'unico capitolo 1477 del Miur (che ammontano complessivamente a circa 472 milioni di euro per tutte le scuole paritarie d’Italia), il 22 aprile scorso mi era stato assicurato dal Ministero che il decreto con i criteri per la ripartizione era stato firmato dal Ministro Giannini e inviato alla Corte dei Conti per il necessario visto. Successivamente tutte le somme sono state trasferite agli Uffici scolastici regionali compreso quello del Veneto. I fondi dal 2015, quindi, arriveranno durante l'anno direttamente dall'Ufficio Scolastico regionale in più tranche alle scuole del territorio, senza attendere ulteriori passaggi dal Miur e senza dover passare più in conferenza Stato-Regioni e per gli uffici della Regione. Resta in ogni caso la constatazione dellingiustizia subita dalla maggior parte delle famiglie venete, che per poter iscrivere i loro bambini alla scuola dell’infanzia devono pagare una retta, visto che lo Stato ha erogato agli asili paritari del Veneto per il servizio pubblico che hanno garantito nell’anno scolastico 2014-2015 appena concluso un contributo di appena 398, 17 euro ad alunno (39,81 euro al mese: dato consegnatomi dal dirigente Gian Antonio Lucca dell’USR Veneto) contro il relativo costo medio per alunno di una materna statale di 5.739,17 euro (clicca qui). Eppure anche in Veneto si pagano le imposte! Questo dato da solo basta a confermare la necessità di sostenere la battaglia affinché il Veneto possa attuare il modello di federalismo scolastico analogo a quello del Trentino, come ho dichiarato in un recente servizio del TG di Rete Veneta (clicca qui per vedere il servizio).

Rimane in ogni caso aperto in questo momento in Veneto il problema della carenza strutturale di organico per la scuola dellinfanzia statale: il rischio, allo stato attuale, è che non possano essere accolte le numerose richieste di aumento di sezioni statali che continuano a pervenire all'Ufficio scolastico regionale (soprattutto per la chiusura di asili paritari), visto che per l’attuazione della delega per l'istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita ai sei anni prevista dalla Buona scuola serviranno almeno due anni.

Per discutere di questi e di altri aspetti cruciali del sistema scolastico del Veneto, ho incontrato il 12 agosto scorso il direttore generale dellUfficio Scolastico Regionale per il Veneto, dottoressa Daniela Beltrame. Dal colloquio ho avuto conferma della necessità di verificare se il rapporto dell’organico di fatto dei docenti assegnati al sistema scolastico veneto rispetto alla popolazione scolastica presente sia o meno equo. A questo scopo è fondamentale avere dal MIUR i dati dell’organico di fatto di tutte le regioni, mentre oggi si conosce solo l’organico di diritto, che si discosta in misura rilevante dal primo. Sulla base dei dati elaborati da fonti ISTAT e decreti interministeriali sul sito http://www.tuttitalia.it, rispetto ai “dati di organico 2015-2016 in rapporto alla popolazione scolastica”il Veneto risulta fanalino di coda con la Lombardia, con un indice di 0,995 rispetto a quello della Calabria, pari a 1,332, o della Toscana, pari a 1,223. Su questo va fatta una operazione di trasparenza piena, come si è già fatto per altre Pubbliche Amministrazioni, perché, ribadisco, i docenti devono essere inviati laddove ci sono gli studenti.

Con l'occasione, vi allego il dossier predisposto dal Gruppo del Pd sulla legge di riforma della scuola, la n. 107/2015 (clicca qui), che il 9 luglio scorso l'Assemblea della Camera ha approvato in via definitiva. Il testo era stato approvato dall'Assemblea della Camera in prima lettura, con modifiche, il 20 maggio 2015 e, con ulteriori modifiche, il 25 giugno 2015, dall'Assemblea del Senato. La legge è stata quindi pubblicata nella Gazzetta ufficiale del 15 luglio 2015. Ed ecco anche il link al sito della Camera sui contenuti della riforma: http://www.camera.it/leg17/522?tema=il_disegno_di_legge_di_riforma_della_scuola

Vi allego anche gli emendamenti da me presentati (clicca qui): mi sono concentrata in particolare sul tema delle scuole paritarie dell'infanzia, essendo un problema che tocca particolarmente la nostra Regione, rispettando per il resto il rilevante lavoro emendativo svolto dai colleghi della Commissione Cultura. Vorrei evidenziare però in particolare una mia proposta emendativa che, al fine di ottimizzare il trasparente e corretto utilizzo delle risorse a disposizione e di migliorare l'efficacia e la qualità dell'intero sistema scolastico, mirava a prevedere, in caso di trasferimento dello studente motivato da disagio psico-fisico da un Istituto ad un altro all'interno del sistema nazionale di istruzione, la revoca delle risorse corrispondenti alla quota capitaria all'Istituto a cui l'alunno era iscritto e la loro assegnazione all'Istituto di destinazione, stabilendo altresì che le predette restassero assegnate anche negli anni scolastici successivi all’Istituto di destinazione a seguito di verifica del Ministero dell'Istruzione dell'effettivo superamento del disagio psico-fisico e del contributo educativo formativo e motivazionale all'alunno. Questa modalità innovativa di erogazione del finanziamento pubblico, ispirata a modelli seguiti in altri Paesi europei, è stata comunque oggetto di un mio ordine del giorno accolto dal Governo durante la discussione del disegno di legge in Aula (clicca qui).

Vi allego altresì l'articolo di Avvenire (clicca qui) che riprende il mio breve intervento in Aula (clicca qui) nel corso dell'acceso confronto sull'art. 19 dell'originario disegno di legge, istitutivo di una detrazione fiscale (di modesto importo) sulle rette pagate dalle famiglie per la frequenza delle scuole paritarie (in concreto un vantaggio fiscale di circa 76 euro l'anno), dibattito segnato da toni ideologici da tempo superati negli altri Paesi europei, oltre che mistificatore della realtà. Secondo i colleghi del M5S e di SEL infatti con questa misura fiscale si starebbe smantellando la scuola "pubblica" a favore di quella "privata", agevolando i ricchi! Ho preso così la parola per sfatare con i dati alcuni pregiudizi che non rendono giustizia al servizio pubblico reso dalle scuole paritarie, in particolare quelle dell'infanzia. Negli ultimi 50 anni l'offerta formativa coperta dalle scuole paritarie (che ex legge Berlinguer n. 62/2000 fanno parte del sistema nazionale dell'istruzione pubblica) è scesa in realtà dal 27% al 12% ed i fondi statali loro assegnati ammontano ad appena l'1% del bilancio del MIUR mentre accolgono il 13% degli alunni (circa un milione), con un notevole risparmio per le casse pubbliche. In Italia non esiste pertanto nessun rischio di privatizzazione della scuola, semmai il pericolo è quello di una sua completa statalizzazione ed ogni monopolio, tanto più se nel campo educativo, non giova certo alla qualità e al pluralismo. Ragion per cui ben due risoluzioni del Parlamento europeo invitano gli Stati membri a erogare sovvenzioni pubbliche alle scuole private in modo da favorire anche per i meno abbienti la libertà di scelta educativa. Dunque l'introduzione della detrazione fiscale è solo un piccolo passo nella direzione di scelte più innovative che hanno già fatto tutti i Paesi europei che oggi ci superano nelle graduatorie OCSE. A questo riguardo vorrei ricordare come Aldo Sandulli, già Presidente della Corte Costituzionale, in una relazione del 2004 spiegava come il sistema nazionale dell'istruzione poggi su tre principi costituzionali, che sono stati le finalità perseguite dalla riforma del Ministro Berlinguer alla fine degli anni '90: sussidiarietà, autonomia e parità. La Buona Scuola è volta proprio a dare finalmente attuazione a questi principi, anche se bisogna ammettere che, mentre appare evidente lo sforzo per la realizzazione del fondamentale principio dell'autonomia scolastica, altrettanto non si possa dire per quello della parità. In ogni caso per la prima volta dopo tanti anni questo Governo e la maggioranza che lo sostiene in Parlamento hanno invertito la rotta dei tagli ai finanziamenti alla scuola (pensiamo agli 8 miliardi tagliati dalla Riforma Gelmini), destinando risorse ad un piano di assunzioni straordinario di oltre 100.000 insegnanti e allattuazione dellautonomia scolastica.

Concludo questo resoconto sulla Riforma della scuola, trasmettendovi alcune informazioni in merito al referendum abrogativo della riforma della Buona Scuola di cui mi avevano dato notizia nei primi giorni d'agosto alcuni amministratori locali, che vedevano arrivare in municipio numerose persone chiedendo i moduli per la firma. Si tratta di una strumentalizzazione politica che sta allarmando migliaia di genitori in buona fede: gli organizzatori del referendum sostengono che la riforma della Buona Scuola consentirebbe di introdurre nelle scuole la teoria del Gender (ovvero - in estrema sintesi - quella teoria estrema secondo cui ogni persona ha il diritto di scegliere la propria identità di genere tra una varietà di opzioni, anche a prescindere dalla propria sessualità biologica, e anche di cambiarla nel corso della vita. Peraltro non bisogna confondere la c.d. teoria del Gender con il tema del 'gender': vedi l'articolo di Chiara Giaccardi su Avvenire). La norma che fungerebbe da cavallo di Troia per questo sarebbe il comma 16 dell'art. 1 della legge n. 107/2015, che riporto per vostra conoscenza:

"16.  Il piano triennale dell'offerta formativa assicura l'attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l'educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall'articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all'articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013".

Francamente non riesco a vedere nel testo del comma 16 alcuna fondatezza circa il presunto 'pericolo' di introdurre nella scuola la teoria del Gender. In ogni caso, se anche questa tesi fosse fondata, il problema sarebbe comunque superato dal consenso informato previsto dal patto di corresponsabilità educativa istituito con decreto del Presidente della Repubblica nel 2007, richiamato da una nota esplicativa  emanata dal Miur il 6 luglio scorso (clicca qui) che, tra gli altri principi, richiama il corretto utilizzo degli strumenti normativi già esistenti per assicurare la massima informazione alle famiglie su tutte le attività previste dal piano dell'offerta formativa, ivi inclusi i principi richiamati nel comma 16. Lo stesso Ministro Giannini ha risposto in tali termini su questo tema ad una interrogazione della Lega Nord (clicca qui). 

Le diocesi stesse stanno prendendo le distanze da questa strumentalizzazione: vi segnalo in particolare la circolare dell'Ufficio diocesano di pastorale dell'educazione e della scuola di Padova emanata in data 18 agosto (clicca qui), nella quale si legge che, "senza entrare nel merito della proposta politica, per dovere di chiarezza e di correttezza, va precisato che la proposta di referendum in questione, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 165, con l’attribuzione del numero 15A0565, attiene all’abrogazione in toto della legge n. 107 del 13 luglio 2015, c.d. sulla “buona scuola” che, come ribadito nel punto precedente, non ha alcuna connessione con la “teoria gender”.

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pubblicata il 16 agosto 2015

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