«Moschee, garanzie vere per una convivenza sicura E no all'indottrinamento» - Corriere del Veneto

21 novembre 2015

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Monsignor Moraglia, Patriarca di Venezia, si parla di Giubileo «blindato»: come conciliare sicurezza e porte aperte a tutti?

«Mettere insieme l’aggettivo blindato e il sostantivo Giubileo è stridente. Il Giubileo è, infatti, il grande annuncio della misericordia di Dio e, quindi, un invito rivolto a tutti di ritornare a Lui, l’unico che salva, l’unico capace di dare gioia a un mondo che, per tanti versi, è sempre più triste. Certo, gli avvenimenti recenti e il clima di paura che domina chiedono attenzione. Al di là della necessaria sicurezza - per cui bisogna conciliare tante esigenze, con grande equilibrio ed esercizio di pazienza - c’è la questione della libertà che va garantita e tutelata. Si prendano tutte le misure necessarie ma non priviamoci della libertà che inizia dal fatto di poter condurre una vita normale, la possibilità di uscire, incontrarci, pregare, vivere in modo libero con serenità. Incominciando proprio dalla vita “religiosa”, perché la libertà religiosa è l’inizio di ogni altra libertà. Il Papa su questo ci dà un’indicazione coraggiosa, valida sia in ambito religioso sia laicale».


La basilica di San Marco sarà il luogo più controllato della città: che sensazione le provoca? Crede sia necessario?

«La Basilica sarà monitorata, con prudenza e responsabilità, ma rimarrà una chiesa aperta, accogliente e, come sempre, fedele alla sua vocazione di luogo di pace e incontro con Dio e tra gli uomini. In accordo con i responsabili della “cosa pubblica” si troveranno modi per vivere gli eventi giubilari come momenti di pace, di riconciliazione e di gioia e nella sicurezza. L’attuale clima internazionale ci dice quanto sia stata profetica la scelta di Papa Francesco d’indire il Giubileo della Misericordia, un intero anno in cui il Vangelo del perdono - iniziando da quello di Dio - e dell’accoglienza vengono proposti ai credenti e agli uomini di buona volontà. Sì, il giubileo è stata una scelta profetica del Santo Padre che può rispondere alle tensioni e paure del nostro mondo!».


L’islam con il nuovo terrorismo non c’entra o ci dobbiamo preparare a una vera guerra santa?

«Di fronte a questi fatti nessuno può tirarsi indietro, tantomeno il mondo islamico. Tutti siamo chiamati in causa, nessuno può chiamarsi fuori. È il nostro tempo e noi lo dobbiamo abitare con coraggio e prudenza ma anche con fiducia gli uni verso gli altri. Tutti dobbiamo fare - secondo le nostre forze - quanto è nelle nostre possibilità e dare un contributo per superare l’attuale difficile momento. Lasciamo perdere il termine “guerra santa”; usarlo significa fare un cattivo servizio alla religione e alla convivenza civile. Religione significa “unire insieme” , “unire Dio e gli uomini”, “unire gli uomini fra loro” e non dividere e uccidere. Ripeto quanto ho detto in questi giorni: chi ha un posto di pubblica rilevanza in ambito politico, religioso, culturale e nella comunicazione deve riflettere su cosa dice e come lo dice. La vera religione, in ogni modo, nulla ha a che fare con gesti d’odio irrazionale che sono una triste caricatura e una menzogna rispetto agli autentici messaggi religiosi. In nessun modo può appartenere alla fede chi grida il nome di Dio spargendo odio e morte; l’incontro con Dio produce piuttosto gesti di pace, accoglienza, misericordia, perdono».


Le città venete sono ormai abitate da molti immigrati di seconda generazione, la Caritas ha calcolato che con la nuova legge dello «ius soli» centomila bambini diventeranno italiani. Come si evitano i rischi di nuove banlieue e le tensioni di Parigi?

«E’ fondamentale conoscersi, parlarsi e incontrarsi di più, nel rispetto della legalità, comprendendo meglio l’identità religiosa e culturale di chi ci sta dinanzi. Integrare vuol dire rispettare tanto i diritti delle minoranze quanto delle maggioranze. Oggi non si edifica una società - sempre più multiculturale e multireligiosa - pensando di negare o relegare nel privato il valore pubblico della fede. Le religioni e le comunità religiose non possono prescindere da alcuni punti fermi, ossia riconoscere il diritto a professare una fede che sia diversa dalla propria, riconoscere i diritti della donna, accettare i principi della vita democratica e di uno Stato ispirato a vera e sana laicità, rispettare la cultura, la spiritualità e la storia del Paese che accoglie. Pensiamo al nostro territorio veneto: cosa sarebbe oggi senza le molte realizzazioni che sono espressione vive del mondo cattolico? Una vera integrazione si esprime nell’incontro in cui si dà prova - non solo a parole ma nei fatti - di buona convivenza, da credenti e da cittadini».


Le moschee rappresentano un focolaio di eversione? Vanno chiuse? In alcune città, come Venezia, le comunità islamiche chiedono da anni di poter costruire una moschea. Anche alla luce della provocazione avvenuta alla Biennale, pensa che sia una richiesta legittima che i Comuni dovrebbero accogliere? E che rapporti avete con la comunità islamica?

«Con la comunità islamica a Venezia i rapporti sono buoni. Lo sono stati anche nei mesi scorsi quando è esploso il caso dell’allestimento islandese alla Misericordia, nell’ambito della Biennale. Ricordo che in quella occasione la nostra posizione fu lineare e chiara. Su temi così importanti e “sensibili” avevamo detto che era urgente uscire da ogni ambiguità, sia dalle provocazioni gratuite sia dalle inutili polemiche. Ora, alla luce dei tragici fatti di questi giorni, riteniamo che questa sia la strada giusta. Si tratta di dare e, soprattutto, ricevere garanzie e poter contare su un impegno reale e non solo su dichiarazioni verbali. Gli spazi dove si vuol pregare non possono esser luoghi di indottrinamento e violenza verbale; la lingua è il primo veicolo di comunicazione tra gli uomini ed è necessario poter comunicare con un linguaggio comprensibile per tutti, garanzia sia per chi accoglie sia per chi chiede d’essere accolto. In tale prospettiva e col consenso di tutti - comunità religiose e civile - è auspicabile trovare una strada condivisa. È una questione di libertà, esattamente di libertà religiosa, e tutti dobbiamo sentirci interpellati per trovare soluzioni che ci garantiscano una buona, serena e sicura convivenza».


La domanda che ogni cittadino oggi si fa è: cosa si deve fare adesso? Lei che risposta si è dato? E, nei giorni della festa veneziana della Madonna della Salute, qual è oggi la nostra «peste»?

«Ripartiamo con più fiducia e coraggio da Dio e dall’uomo. La questione di Dio e dell’uomo - lo ribadirò nell’omelia alla Salute - sono strettamente unite. Si tratta di uscire da ogni forma di “disumanesimo” che è la vera peste del nostro tempo. Il “disumanesimo” assume varie forme: il terrorismo, l’uomo ridotto a “scarto”, la discriminazione della donna, i crimini contro la vita umana dal sorgere nel grembo materno al suo naturale spegnersi, lo sfruttamento dei popoli poveri da parte di quelli ricchi, la distruzione dell’ambiente. Bisogna darsi delle priorità e porre l’uomo al centro di tutto».

Claudia Fornasier
Giovanni Viafora


pubblicata il 21 novembre 2015

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