«Megafono» di Renzi o sindacato del Veneto? Pd al bivio dopo la botta - Corriere del Veneto

04 ottobre 2015

Pagina 3, Primopiano

padova Un Pd «megafono di Renzi» (copyright Piero Ruzzante), che suona in Veneto la grancassa delle riforme rifiutandosi di vedere travi e pagliuzze nell’occhio del premier-segretario e del suo governo, oppure un Pd «autonomo e non-dipendentista da Roma» (copyright Simonetta Rubinato), capace di prendersi le proprie responsabilità, smarcandosi se necessario e rivendicando la peculiarità di una terra «anti» dal 1866?  Nella risposta a questa domanda, architrave del dibattito andato in scena ieri in una semideserta assemblea di partito alla Fornace Carotta di Padova, sta il futuro del Pd. Un Pd schiacciato tra l’empatico rivendicazionismo di Zaia e il turbo-riformismo di Renzi, entrambi vincenti sul piano del consenso, con la differenza che in Veneto, a trionfare nelle urne, è soltanto il primo. Non è una novità. Il Pd (e prima ancora il centrosinistra) a queste latitudini non tocca palla da che si è inaugurata la Seconda Repubblica, qualunque sia il candidato: filosofo, imprenditore, «uomo del Nordest», astro nascente del partito. «Politicamente siamo stati espulsi da questa terra - dice il veronese Roberto Fasoli in una feroce radiografia - alle ultime Regionali il Pd è risultato sostanzialmente “non pervenuto” eppure continuiamo a trattare chi non la pensa come noi come un subnormale con cui non si può discutere. Siamo antipatici, a destra come a sinistra, e se davvero siamo convinti che al Pd non ci sia alternativa, siamo morti. Non tutti quelli che criticano sono gufi». Il timore, di Fasoli come di molti altri, è che il congresso convocato per la fine di febbraio, dopo le dimissioni del segretario Roger De Menech, si risolva in un rito stanco o, peggio, nell’ennesima resa dei conti tra le correnti. «Che senso ha cambiare i vertici se non si ricostruisce la sintonia con chi vota, col territorio?». 

Già, il territorio. Il polesano Graziano Azzalin tratteggia un partito allo sbando, dove dietro il paravento dell’autonomia si va in ordine sparso, una provincia per sé e Dio per tutte le altre, anche sul piano organizzativo-congressuale. La veneziana Anna Maria Miraglia rilancia sugli obiettivi, che poi sono il punto focale: «Siamo incapaci di fare sintesi e così sulle questioni importanti finiamo per dire solo dei “ni”. Le Grandi Navi insegnano. Dobbiamo imparare a prenderci le nostre responsabilità, a cominciare dalla scelta dei candidati: a Venezia sapevamo che con Casson poi avremmo perso di sicuro. Eppure abbiamo fatto le primarie comunque, robe da pazzi». L’assemblea è per definizione il luogo dello scontento, degli sfoghi, dell’autocoscienza collettiva e i renziani faticano a fare argine, a convincere i loro che solo surfando l’onda lunga delle riforme e della popolarità del premier, facendo filiera coi ministri, c’è speranza di rialzarsi, a cominciare dal «patto fiscale» tanto caro ai veneti (così, ad esempio, la veronese Alessia Rotta). Ma c’è chi non ci sta. «Sono contrario al partito megafono del governo - avvisa il padovano Piero Ruzzante - sennò è inutile eleggere un segretario, basta che ci mandino un proconsole da Roma. Dobbiamo riconnetterci con la società civile, com’è accaduto nella battaglia vinta contro i tagli al Sociale voluti da Zaia, e avere la forza di imporre le nostre priorità al Pd nazionale e al governo». Badando alla sostanza, è un po’ quel che dice la trevigiana Simonetta Rubinato, che premette: «Io non ambisco a prendere il posto di nessuno». E poi va giù piatta: «Autonomia e federalismo sono capisaldi della nostra carta dei valori. Il Pd del Veneto, che in antitesi al riformista Renzi viene percepito come il partito della conservazione, non ha bisogno di badanti e sa assumersi le proprie responsabilità: solo facendo il bene della nostra regione possiamo essere utili al governo, mentre qui mi pare che sia piuttosto il governo ad essere utile a qualcuno, tra ruoli e incarichi vari». Rubinato si dice pronta a lavorare «ai confini del Pd» e questo fa sospettare una sua imminente uscita dal partito. «Figuriamoci - smentisce lei - resto dove sono». Ma il veronese Gianni Dal Moro ha già preso la palla al balzo: «Abbiamo perso in Regione, a Padova, a Venezia, a Rovigo. Il problema è strutturale. Occhio: “ai confini del Pd”, per citare Simonetta, c’è già chi si sta organizzando per dar vita ad un’area riformista partendo dall’esperienza civica. Ci sono già stati alcuni incontri...». Dal Moro sa bene di che parla: nel 2000 fu lui a dar vita a qualcosa di simile, con Variati e Cacciari, si chiamava «Insieme per il Veneto».  A De Menech tocca ovviamente chiudere i lavori e certo dopo un fuoco di fila del genere non è facile. E difatti sbotta: «Qua siamo tutti renziani, a parole, ma poi quando si tratta di calare le riforme sul territorio, imponendo ad esempio le fusioni tra i Comuni, o si deve affrontare la delicata questione dei migranti, chi ha il coraggio di metterci la faccia?». La domanda resta nell’aria e, a ben vedere, chiude il cerchio con quella posta nelle prime righe. La seduta si scioglie senza che si voti alcunché, perché manca il numero legale. E pure questo non è un gran segnale . 

Marco Bonet

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pubblicata il 04 ottobre 2015

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