Difendere i valori della dignità della persona e della convivenza civile per opporsi al terrore

25 marzo 2016

La mano assassina di chi conosce soltanto il linguaggio dell’odio e del terrore ha inferto un altro duro colpo al cuore dell’Europa, allungando la lista degli uomini e delle donne vittime di un terrorismo atroce che non conosce limiti né frontiere. A chi, seminando dolore e paura, tenta di dividerci per renderci più deboli, dobbiamo opporci riaffermando in modo corale i valori della dignità di ogni persona e della convivenza civile che, passando anche attraverso grandi sofferenze ed errori, l’Europa ha saputo coltivare e raggiungere nella sua lunga storia di conflitti. Uniti saremo più forti. E sono convinta che sarà proprio il dolore comune che unirà di più i popoli europei, oltre i populismi e gli egoismi nazionali.

Non ci sono parole umane adeguate per commentare quanto successo, come sempre il male rischia di sopraffarci proprio nella sua drammatica e ripetuta banalità. Ma condivido con voi alcuni tra gli interventi che ho letto in questi giorni e che possono aiutarci a mettere insieme i tasselli di una riflessione rigorosa sul piano operativo della sicurezza e della difesa comune europea, ma anche su quello di una visione culturale che dia una prospettiva possibile al comune destino dell'umanità.

Nell'analisi di Romano Prodi sul Messaggero (http://www.romanoprodi.it/strillo/il-terrorismo-si-vince-con-le-armi-di-una-efficace-collaborazione-internazionale_12863.html) "per difenderci in modo più efficace abbiamo di fronte a noi una doppia strada. La prima è quella di rafforzare il lavoro dell’intelligence, ancora insufficiente e, soprattutto, ancora frammentato fra i diversi paesi europei. Mentre il terrorismo colpisce il cuore dell’Europa, le nostre strutture di intelligence lavorano infatti in ordine sparso, in modo cioè del tutto inefficace in una situazione in cui esiste la libera circolazione delle persone, delle merci e del denaro". La seconda strada, partendo dalla considerazione che "le organizzazioni terroristiche dispongono di cospicui finanziamenti che hanno reso possibile la nascita e l’espansione dell’ISIS, il suo insediamento territoriale e la sua capacità di reclutamento e di coordinamento dei criminali che operano oramai a livello globale", è quella di "un atteggiamento fermo nei confronti delle autorità governative dei paesi che permettono a strutture che da essi hanno origine di costruire e alimentare organizzazioni che, accanto ad apparenti scopi culturali o caritativi, si trasformano in reti di protezione e di alimentazione dei movimenti terroristi", una strategia che va ben oltre i confini dell’Europa.

Punti che ritornano anche nell'ampia intervista del Corriere della Sera a Tony Blair (http://www.corriere.it/politica/16_marzo_24/blair-la-tolleranza-si-ferma-valori-tony-06abce7e-f141-11e5-9f30-007f8fe49766.shtml), il quale inoltre sottolinea - e questo è un punto fondamentale - che "non bisogna confondere il multiculturalismo con il permesso a chiunque di rifiutare i nostri valori di base. I confini della tolleranza finiscono quando si mettono in discussione quei valori": "la libertà di culto è alla base delle nostre società, dove persone di fede diversa possono coesistere in pace. Ma il multiculturalismo può funzionare solo se si accetta che esista anche uno spazio comune dove certi valori, i valori europei, siano accettati e rispettati da tutti. Democrazia, stato di diritto, parità di diritti e di opportunità per le donne. Nessuno ha il diritto di arrivare in un Paese e sfidare quello spazio comune. Chi crede nelle società aperte e tolleranti dev’essere rigoroso nella difesa di questi valori". Riecheggia in queste parole lo stesso concetto di integrazione che aveva proposto il patriarca di Venezia, Moraglia, all’indomani degli attentati di Parigi del 13 novembre scorso: "Integrare vuol dire rispettare tanto i diritti delle minoranze quanto delle maggioranze... Le religioni e le comunità religiose non possono prescindere da alcuni punti fermi, ossia riconoscere il diritto a professare una fede che sia diversa dalla propria, riconoscere i diritti della donna, accettare i principi della vita democratica e di uno Stato ispirato a vera e sana laicità, rispettare la cultura, la spiritualità e la storia del Paese che accoglie”.

Fa sperare, su questo piano, il pezzo di Diego Motta su Avvenire: "La pubblica condanna del jihadismo, con la denuncia di chi bestemmia uccidendo in nome di Allah, è il filo conduttore della reazione ai due massacri, ma adesso appare solo come la premessa per la vera sfida che attende i credenti musulmani e non solo: la battaglia delle idee". Ecco il link: http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/Sono-belve-venute-dal-nulla-La-rabbia-dei-musulmani-dItalia-.aspx?

Sul piano della visione culturale, Riccardo Redaelli, sempre su Avvenire, afferma che “l'Europa non è in guerra”, non per negare la necessità di affrontare la sfida della sicurezza, ma per collocarla nella giusta prospettiva: si tratta di "Una crisi di sicurezza che esige anche una risposta militare e repressiva: non c’è dubbio che Daesh debba essere sradicato, riprendendo i territori che il califfato del terrore si è ritagliato in Siria e Iraq. E dunque va usata anche la leva militare. Ma questo non significa essere in guerra. Nel senso che la nostra società non deve adottare “il codice di guerra” nel suo vivere quotidiano". A questo link la sua riflessione: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/terrore-e-guerra-commento-Redaelli.aspx?utm_content=bufferf3caa&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer.

Sulla necessità di una cultura condivisa sul piano dei valori come strumento nella lotta contro il terrorismo l'editoriale di Marco Tarquinio: "i politici più seriamente realisti – e fa piacere registrare che il presidente del Consiglio italiano Renzi si sia schierato con determinazione tra questi – vedono e dicono con chiarezza che nessuna barriera convenzionale potrà mai garantire la sicurezza degli europei. E che non sarà certo la decisione di trasformare "a tavolino" le vittime della guerra in Siria, in Iraq e in Afghanistan in nemici dell’ordine pubblico a darci tranquillità e, ancor meno, a salvarci l’anima. È invece indispensabile lo strumento di una cultura condivisa, fondata sui valori saldi e riconoscibili della intangibile dignità di ogni persona umana e di tutto ciò che ne discende, comunicata nella scuola – per questo è giustissimo che, oggi, nel Belgio in lutto nazionale, le scuole siano tutte ostinatamente aperte – e attraverso reti sociali che contribuiscano a un’autentica integrazione dei nuovi cittadini immigrati e dei vecchi europei marginalizzati. Lo sappiamo, qualcuno pensa e grida che questa sia un’idea velleitaria e buonista, un’«arma spuntata» (o addirittura controproducente) nella civile battaglia per costruire e garantire la convivenza nella differenza, ma è vero esattamente il contrario: solo questa base comune forte è l’antidoto al sospetto, allo scontro e alla sopraffazione. Senza di essa si creano le condizioni dell’incomunicabilità, dell’antagonismo settario, delle ghettizzazioni, delle strumentalizzazioni, della disgregazione e infine dell’assassinio pianificato. Cioè della guerra, in tutte le sue forme”. Questo il link: http://mobile.avvenire.it/Commenti/Pagine/cio-che-possiamo-fare-contro-male-terrorismo.aspx.

Infine, segnalo l'intervista al Corriere della Sera del prof. Bauman che ammonisce i responsabili politici, ma anche i popoli europei a "non sovrapporre il terrorismo all'immigrazione": http://www.corriere.it/politica/16_marzo_25/bauman-che-errore-sovrapporre-terrorismo-all-immigrazione-a7a9d6c2-f1fa-11e5-8e82-ccf80e9a48c0.shtml.


pubblicata il 25 marzo 2016

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