La mia riflessione a caldo sulla Brexit

04 agosto 2016

Durante la notte del 23 giugno scorso mentre era in corso lo scrutinio su Brexit e ancora sembravano in svantaggio i 'Leave', ho scritto in un tweet che tifavo per i 'Remain', ma che il referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nella UE avrebbe potuto essere in ogni caso un'opportunità per la democrazia ed il rilancio del progetto europeo, come affermava qualche giorno prima su Avvenire l’ex presidente del parlamento europeo Nicole Fontaine. Lo penso anche oggi, dopo che hanno vinto i 'Leave' e che purtroppo la follia ha ucciso un'esemplare figura di donna impegnata in politica. Il continente europeo ha alle spalle una storia di secoli di conflitti e di tragedie, per cui non può terrorizzarci una tempesta sui mercati, tanto più con una Bce che ha oggi a disposizione più strumenti di quelli che aveva nel 2008. Nè la soluzione per evitare analoghe crisi in altri Paesi sta nell'impedire ai popoli di esprimersi, negando con ciò i fondamentali valori europei della democrazia e della libertà. Piuttosto sarebbe ora che i Capi di governo europei la finissero, davanti alle loro opinioni pubbliche nazionali, di addebitare all'Europa quasi tutte le colpe di ciò che non va nei loro Paesi, visto che il luogo delle decisioni è ancora quello del Consiglio europeo formato proprio dai Capi di governo e non la Commissione Europea. E cogliessero questo voto-choc per assumere le iniziative politiche necessarie a rendere l'Europa più integrata, più forte e più solidale anche agli occhi di quei cittadini e cittadine che non riescono a percepire le opportunità offerte dalla globalizzazione e ne subiscono invece le ricadute negative, con il conseguente senso di smarrimento e di angoscia di fronte a crisi epocali quali quella dei migranti. L'Europa è oggi più necessaria che mai proprio per poter affrontare in modo adeguato tali problemi: ma per questo c'è bisogno di una classe politica europea che sappia far percepire anche a chi oggi si trova in difficoltà la possibilità concreta di un progresso comune più grande nello stare insieme dei popoli europei. Il populismo reazionario che parla alla pancia non si batte né con un preteso senso di superiorità intellettuale, né ostacolando l'esercizio della sovranità popolare, ma mettendosi dalla parte dei 'piccoli uomini e donne' e parlando al loro cuore con un messaggio concreto di rassicurazione e speranza collettiva. E, aggiungo, riprendendo il percorso federalista perché: "un assetto regionalista è l'ordinamento più consono ad una comunità politica organizzata nell'ambito di un processo di integrazione europea e di un sistema di economia internazionalizzata, nella quale i compiti dello Stato crescono sul versante esterno (delle negoziazioni internazionali ed europee) e si riducono su quello interno (prevalentemente volti alla funzione perequativa e promozionale dei territori)" (prof. Stelio Mangiameli).


pubblicata il 04 agosto 2016

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