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Diario di viaggio in terra catalana

06 maggio 2018

Quando Michele Nardelli e Federico Zappini (due amici trentini che hanno intrapreso da un anno a questa parte un viaggio attraverso le Regioni e i confini dell’Europa per capire le ragioni della crisi delle tradizionali categorie politiche e del successo delle forze sovraniste, che ho incrociato nel loro itinerario ‘padano’ in un incontro del 22 ottobre scorso a Pieve di Soligo, il paese del poeta Andrea Zanzotto) mi hanno proposto di condividere la continuazione del loro itinerario in terra catalana, a Barcellona, dal 22 al 25 marzo scorso, ho subito raccolto l’invito, visto che con la fine del mandato parlamentare, cessato proprio il 22 marzo scorso, ho un po’ più di tempo da dedicare allo studio e all'approfondimento. Ho pensato inoltre di allargare l’invito agli amici del Comitato Veneto Vivo che hanno condiviso la battaglia per il referendum sull’autonomia e così dal Veneto siamo partiti ben in nove! Per tutti ne è valsa la pena: è stato un viaggio breve ma intenso, con una fittissima agenda di incontri con esponenti sia della società civile, sia di partiti della sinistra catalana, per capire le diverse posizioni in campo, indipendentiste e non, rispetto all’attuale crisi istituzionale e politica catalana.

La Catalogna è l'esempio di una comunità territoriale con una forte identità etnico-culturale ed economica che chiede allo Stato centrale il riconoscimento della propria esistenza (come nazione) e di un proprio governo che sia in grado di rappresentarne in modo efficace gli interessi e di assumere le decisioni necessarie al benessere dei propri abitanti. Al netto degli opposti nazionalismi (catalano e spagnolo), si tratta in sostanza di una richiesta di cambiamento da parte della Comunità territoriale della propria relazione con lo Stato centrale, a cui il governo spagnolo risponde affermando che serve una riforma della Costituzione. Ma come può chi è una minoranza nel Parlamento di Madrid cambiare la Costituzione? Sta tutto qui il nodo politico e democratico della questione, come ci ha spiegato bene il giornalista basco Alexis Rodriguez Rata, che riporta al centro del dibattito politico il tema della riforma federale dello Stato nazionale insieme a quello di un progetto federalista europeo. La questione democratica e sociale di fondo, che riguarda anche il nostro Paese, è infatti quella di riuscire a valorizzare autonomia e particolarità territoriali e insieme articolarle dentro modelli di governance multilivello, capaci di farsi carico sia del buon governo della prossimità ai bisogni dei cittadini, sia delle sfide poste dalla globalizzazione, senza cedere alle sirene sovraniste e ai richiami identitari che si stanno diffondendo in Occidente.

 

Venerdì 23 marzo

La nostra serie di incontri inizia la mattina con Steven Forti, trentino d'origine, professore di storia contemporanea all'Universitat Autonoma de Barcelona, che ci introduce alla complessità della situazione catalana e di una crisi, a suo avviso ascrivibile alla responsabilità tanto del governo Rajoy quanto del gruppo dirigente catalano indipendentista, che ha prodotto in questi ultimi anni una profonda frattura nella società catalana, il riemergere del nazionalismo spagnolo e paradossalmente la perdita dell’autonomia catalana a fatica riconquistata dopo la fine del franchismo a seguito dell’applicazione dell’art. 155 della Costituzione da parte di Madrid, nel novembre scorso, con il sostanziale commissariamento del governo catalano, oltretutto decapitato della sua classe dirigente a causa della carcerazione dei massimi esponenti politici locali. Concetti che Steven riprenderà qualche giorno doponell'intervista al TG2 dopo l'arresto di Puigdemont: http://www.tg2.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-0d6e42b3-3879-4f3c-aac4-1542462190c3-tg2.html

La mattinata prosegue a casa di Jordi Amat, giornalista e storico, autore del libro “La conjura de los irresponsables”, che accoglie la nostra numerosa delegazione nel suo studio. La crisi catalana è per lui una summa di irresponsabilità e di “slealtà reciproca” fra diversi nazionalismi, di cui a pagare le spese è proprio l'autonomia. Amat ci spiega come la Costituzione spagnola descriva un modello aperto di autonomia territoriale e dunque ambiguo, in quanto demanda in concreto la decisone sul trasferimento di competenze a regioni/comunità autonome al legislatore ordinario, senza peraltro stabilire l’autonomia finanziaria e fiscale necessaria a finanziare le competenze trasferite, con la conseguenza che il grado di autonomia in concreto dipende dalla maggioranza che di volta in volta governa a Madrid.

Concessioni importanti dal punto di vista culturale, ad esempio, ci sono state nella seconda metà degli anni ’90. In quel periodo il Premier Aznar era infatti a capo di un esecutivo che ottenne la maggioranza relativa alle urne. Per poter governare, il leader dei Popolari dovette racimolare seggi accordandosi proprio con le formazioni dei partiti catalani, baschi e delle Canarie entrate in Parlamento. In cambio dell’appoggio politico, Pujol, allora Presidente della Generalitat de Catalunya, ottenne la totale autonomia sull’istruzione pubblica. La stessa cosa, però, non avvenne sulla questione economica. Mentre i Paesi baschi (i cui movimenti indipendentisti hanno insanguinato tra gli anni ’70 e ’90 le strade della Spagna con gli attacchi terroristici dell’Eta) avevano ottenuto un’autonomia quasi totale dal punto di vista fiscale, la Catalogna rimaneva ancora legata a Madrid, seppur con importanti agevolazioni. Quando in seguito Pujol tentò di battere cassa la situazione era cambiata: Aznar era stato nuovamente eletto alle politiche del 2000 e, questa volta, aveva ottenuto la maggioranza assoluta. Non aveva più bisogno dell’appoggio dei catalani in Parlamento e, così, rispedì la richiesta al mittente. Ma passano quattro anni e l’alternanza al governo, con il primo esecutivo socialista di Zapatero, inaugura una nuova stagione di trattative, e di concessioni, sull’asse Barcellona-Madrid che culmina con l’accordo del 2006 sul nuovo Statuto d’Autonomia della Catalogna che accontentò la maggior parte dei partiti indipendentisti catalani e concesse maggior autonomia, anche fiscale, e venne confermato dal voto popolare attraverso un referendum. Nello stesso periodo, però, un altro cambio a vertice influenzerà i rapporti tra Stato centrale e Catalogna: nel 2004, nuovo Presidente de Partito Popolare è diventato Mariano Rajoy che inaugura subito la linea del muro contro muro con Barcellona. E l’occasione è proprio lo Statuto del 2006 per il quale egli chiede la revisione costituzionale. Il Tribunale costituzionale spagnolo, che è di nomina politica, si pronuncerà solo 4 anni dopo, nel 2010, dichiarando incostituzionali14 articoli del documento, tra cui quello in cui si indica la Catalogna con il termine “Nazione”. La sentenza scatena la rabbia dei catalani che scendono in strada a milioni nel 2010, 2012 e 2013 al grido di “Siamo una Nazione e vogliamo decidere”. Intanto, la crisi del 2008 ha piegato la testa alla Spagna, uno degli Stati europei più colpiti, e anche la Catalogna, nonostante sia la seconda regione più ricca e produttiva del Paese, ne sente gli effetti e chiede i maggiori concessioni economiche al governo centrale, ma Rajoy risponde con un duro “no”.

Il pugno di ferro di Madrid riaccende così il sentimento indipendentista nella regione, tanto che sarà addirittura Artur Mas, allora a capo della Generalitat con una coalizione di stampo cristiano-democratica e dalle posizioni moderate, ad avviare il processo che, due anni dopo, porterà al primo referendum sull’indipendenza della Catalogna, cui seguirà quello dell’ottobre scorso, quando il Primo Ministro spagnolo Rajoy ha deciso di rispondere addirittura con i manganelli alla volontà del popolo catalano di votare. Un pugno di ferro che gli si è rivoltato contro: con oltre 800 feriti lasciati per strada dalla Guardia civil spagnola, quella che doveva essere una consultazione, seppur incostituzionale, per l’indipendenza è stata trasformata in una battaglia per la democrazia. E’ questa situazione di muro contro muro che ha generato quello che Amat definisce ilfracaso de la politica”, il fallimento della politica. La soluzione da lui indicata non può essere altra che quella di una sovranità condivisa e di una applicazione innovativa del principio di sussidiarietà previsto nei Trattati europei.

Salutati Steven e Amat, che ci fa anche dono del suo libro, ci raggiunge nel primo pomeriggio Marcello Belotti, artista e insegnante che da anni vive a Barcellona, che ci accompagnerà e aiuterà con la lingua catalana per l'intero pomeriggio.

Il primo incontro pomeridiano è con Oriol Amoros, deputato e dirigente di Esquerra Republicana de Catalunya, partito storico di sinistra moderata che fa parte del fronte indipendentista. Quando arriviamo, la sede nazionale di ERC è presidiata e la tensione è palpabile perché in mattinata sono stati arrestati alcuni esponenti della dirigenza del partito e la segretaria, Marta Rovira, è fuggita in esilio. Nonostante ciò Amoros ci dedica oltre due ore di dialogo e confronto.

Anche lui ci racconta il significato simbolico che ha avuto per il catalanismo la sentenza del 2010 del Tribunale costituzionale spagnolo che dichiarò l’incostituzionalità di diversi articoli del nuovo Statuto, tra cui quello che definiva la Catalogna come ‘nazione’. Tanto che il 10 luglio 2010 a Barcellona si tenne una grande manifestazione per protestare contro la sentenza del Tribunale costituzionale, chiamata “Som una nació, nosaltres decidim” (“Siamo una nazione, e vogliamo decidere”) appoggiata da quasi tutti i partiti politici del Parlamento catalano. Ma l’atteggiamento di Madrid non è cambiato: nel 2012 il governo centrale respinge la richiesta di maggiore autonomia fiscale. La sordità del governo spagnolo ha fatto così crescere negli ultimi anni il consenso verso uno stato catalano indipendente, cui ha contribuito anche la crisi economica iniziata qualche anno prima, che nella sola Catalogna aveva fatto perdere il lavoro a più di 670mila persone. Ecco che molti catalani anche della classe media hanno cominciato a indignarsi per il deficit fiscale tra Catalogna e Madrid: la Catalogna – ci spiega Amoros - è la seconda regione per livello medio di reddito, ma dopo il prelievo fiscale scende al nono posto della classifica. Tanto più che i partiti tradizionali spagnoli sono segnati da continue liti interne e scandali per corruzione di ogni tipo.È per tutte queste ragioni che ancora oggi una delle rivendicazioni più forti in Catalogna è poter gestire direttamente le proprie risorse economiche, senza dover passare per il governo centrale di Madrid: e questo può avvenire tramite l’indipendenza, ma anche tramite altre forme di maggiore autonomia e federalismo, queste ultime certamente sostenute dalla maggior parte della popolazione catalana.

Il catalanismo – ci spiega Oriol Amoros – è sempre stato federalista e la Spagna è uno Stato plurinazionale. Che si arrivi a negare che la Catalunya sia una nazione quando rappresenta la prima istituzione riconosciuta e legittimata dalla Seconda Repubblica pre-franchista (1931 – 1939) non è che la negazione di tale plurinazionalità. E quando il Tribunale Costituzionale spagnolo il 28 giugno 2010 con un atto politico ha cancellato l'articolo 1 dello Statuto di Autonomia della Catalunya ha negato il riconoscimento di una nazionalità assimilandola al concetto di statualità. Noi dunque chiediamo due cose: il riconoscimento della nostra esistenza come nazione catalana e un governo che ci rappresenti e difenda i nostri interessi là dove si prendono le decisioniAmoros ci elenca quindi tutte le forme di vessazione che lo Stato spagnolo ha esercitato verso la Catalunya, dalla questione fiscale alle opere infrastrutturali mai realizzate e necessarie allo sviluppo economico e afferma che occorre trovare ‘un equilibrio fra efficienza e legittimità’ affinché i vari livelli di governo siano in grado di assicurare la qualità delle policy per rispondere ai bisogni dei cittadini.

Comprendiamo, ascoltandolo, quanto i margini di una ricomposizione della crisi catalana oggi siano difficili. Di fronte alla mia domanda finale su come il fronte indipendentista pensa di poter uscire da questa situazione di stallo, con i dirigenti incarcerati e l’impossibilità di nominare un governo della Generalitat, cita Churchill che nel 1940, in piena guerra, dichiarava «siamo dentro la storia, non so come se ne uscirà». "Lo stesso - conclude Oriol con un tono insieme solenne e tranquillo - vale oggi per noi".

Ci lasciamo con una foto di gruppo: di lì a poco si riunisce il Consiglio nazionale dell'ERC per decidere quali risposte dare agli arresti. La sua disponibilità ad interloquire con noi va oltre la gentilezza, probabilmente per la consapevolezza della necessità di far comprendere la situazione anche fuori dalla Catalogna, per cercare di aprire ad un'Europa che fin qui si è ben guardata dallo svolgere un ruolo di dialogo fra le parti.

Dalla sede di Esquerra Republicana ci dirigiamo quindi in taxi a quella del Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), dove ad accoglierci è il giovane segretario e deputato Ferran Pedret che, facendo subito autocritica, ci spiega perché in Europa tutte le forze di sinistra appaiano disorientate: "Siamo troppo metafisici. Dobbiamo preoccuparci non di chi siamo, ma di quali sono le cose che non funzionano e di cui ci dobbiamo occupare". Per lui è chiaro che lo Stato-nazione non rappresenta affatto l'unico paradigma possibile e che il sovranismo che serpeggia per l'Europa sta proprio dentro questo vecchio schema. Il suo partito (il 13,9% alle elezioni catalane del dicembre scorso) non fa parte dello schieramento indipendentista, ma proprio per la sua 'radice' federalista riconosce la Catalunya come 'nazione' e ne condivide l'aspirazione all'autogoverno. "Noi dobbiamo combattere - ci dice - due opposti nazionalismi, quello spagnolo e quello catalano: abbiamo come obiettivo quello del superamento del modello rigido dello Stato uni-nazionale, limitando il sovranismo tramite il federalismo, distribuendo al massimo il potere tra più livelli di governo e così democratizzandolo. Invece oggi purtroppo la prima vittima dell'indipendentismo sono proprio il 'catalanismo' e l'autonomia". Secondo il giovane segretario la sinistra deve finirla di stare sulla difensiva e proporre un progetto che possa unire la volontà della maggioranza delle persone per attuare il cambiamento istituzionale necessario a coniugare principio di sussidiarietà ed efficienza. Anche mettendo in campo dei partiti di scala europea per creare una nuova relazione di cittadinanza non legata alla sola identità etnica. Riemerge con forza la preoccupazione per la forte frattura sociale di cui Steven Forti ci aveva parlato in mattinata, rispetto alla quale Pedret articola il suo pensiero declinando il federalismo nelle forme dell'organizzazione sociale, immaginando una «coalizione di soggetti sociali che li federi in un progetto di trasformazione in chiave europea e globale». Il suo è un socialismo che accanto alla giustizia sociale riconosce nella libertà delle persone un valore politico e sociale fondamentale, da perseguire attraverso concrete politiche pubbliche che trasformino le condizioni di vita della gente.

La conversazione con Ferran Pedret è una sorta di prologo all'incontro pubblico dell'Associazione Federalisti delle Sinistre (Federalistes d’Esquerra) che si svolge in un centro culturale denominato Calabria 66, dove si ritrovano alle ore 19 poco meno un centinaio di persone a ragionare dell'attualità del messaggio federalista. Un incontro trasmesso in diretta su Radio Rebelde Republicana (in una trasmissione dal significativo titolo “Federal 3R”), cui partecipano Joan Botella, docente di Scienze Politiche, Silvia Carrasco, antropologa dell’Università Autonoma di Barcellona, Joan Herrera, intellettuale già deputato della coalizione rosso/verde, ed Esther Niubó, parlamentare del PSC, in un confronto molto effervescente eppure ordinato: tre minuti espositivi per ogni giro di domande del moderatore, una fittissima interlocuzione con le domande dal pubblico attraverso una sorta di ‘pizzini’ e risposte stringenti. Qui, come non ti aspetteresti conoscendo le forze politiche del centro-sinistra italiane, il federalismo ha una robusta cittadinanza proprio a sinistra. Joan Botella, che dei Federalistes d'Esquerra è il presidente, sottolinea all'inizio del confronto come il federalismo sia la forma di organizzazione dello Stato che riconosce le differenze e ne consente la convivenza nel rispetto reciproco. Con lui abbiamo anche un veloce scambio di opinioni dopo l'incontro in un locale davanti a un calice di vino. Figura di spicco del mondo accademico catalano, nella conversazione diretta attenua il carattere ottimistico della sua esposizione ufficiale, quando indicava come l'orientamento federalista potesse essere maggioritario nella coscienza catalana.

La giornata si conclude a cena alla Cerveseria Moritz, una grande fabbrica di birra che risale alla metà dell'Ottocento, dove incontriamo nuovamente Silvia Carrasco, il giornalista Guillem Martínez, autore fra l'altro di un libro dal titolo “La gran ilusión. Mito y realidad del proceso indepe”, e Claudia Santoro, palermitana ma ormai cittadina di Barcellona, che sarà la nostra accompagnatrice e appassionata interprete il giorno successivo.

 

Sabato 24 marzo

Il programma di sabato prevede un colloquio con il giovane giornalista di origine basca de La Vanguardia, Alexis Rodriguez Rata, studioso del federalismo laureatosi con una tesi sul pensiero di Altiero Spinelli. Lo incontriamo al Museo Marittimo, mentre Barcellona è sferzata dal vento freddo e dalla pioggia battente, fra le mura dei cantieri navali medievali, che risalgono al 1378, nei quali con un sapiente restauro sono stati ricavati oltre a grandi spazi espositivi, anche spazi in cui ci si può incontrare e dialogare.Alexis, anche se molto giovane, sa andare in profondità su un tema che, sarà anche per la sua origine basca, padroneggia con sicurezza.

Per lui parlare della questione catalana è interrogarsi su che significano oggi politicamente l’Europa e la Spagna come Stato nazionale. “La Spagna è una o 17 comunità autonome? E 4 di queste sono o no anche nazioni – si chiede retoricamente - considerato che la Costituzione spagnola, sia pure in modo ambiguo, ammette una pluralità di regioni e di nazionalità?” E ci racconta che mentre la Catalogna chiede di essere riconosciuta come nazione e dunque presuppone uno Stato spagnolo plurinazionale, le Asturie, la Navarra o la Comunità Valenciana sono regioni che chiedono solo un governo più efficiente o, come l’Andalusia, un cambiamento del sistema dell’autonomia finanziaria. Alexis sottolinea il valore cruciale della dimensione simbolica, rappresentata in particolare dalla lingua, dalla storia e dal sentirsi appartenenti ad una nazione, ciò che vale per i Baschi e per i Catalani.

Ma la Costituzione non distingue e dà una risposta generale a situazioni concrete diverse: “Così il grado di autonomia in concreto dipende di volta in volta dalla disponibilità del governo centrale, non dalla Costituzione - ci ribadisce Alexis -. E mentre la Catalogna manifesta la volontà di cambiare la relazione con lo Stato centrale, non solo sul piano dell’autonomia finanziaria, ma anche delle decisioni che hanno ricadute sul territorio, dal governo di Madrid si risponde che ciò può accadere solo attraverso una riforma dell’attuale Costituzione. Come può  tuttaviae qui il giovane basco va al centro del problemachi costituisce una minoranza nel Parlamento di Madrid riuscire a cambiare la Costituzione? Di fronte al muro alzato dal governo spagnolo ecco che il governo catalano alza la voce e rivendica l’indipendenza”.

Dunque per Alexis la maggiore responsabilità dell’attuale crisi politica è la mancanza di volontà di mediazione politica da parte del governo centrale. E per uscirne egli si chiede se sia possibile e fino a che punto cambiare la forma dello Stato spagnolo, all’insegna di un federalismo pluralista.

Alla mia domanda su come l’Europa possa aiutare la Catalogna a superare questo preoccupante stallo, Alexis risponde che bisogna chiedersi come l’Europa possa aiutare la Spagna, “ascoltando non il governo di Madrid, ma la realtà di questo Paese”. E al contempo sottolinea come la crisi catalana, proprio per quel complesso di fattori di natura reale e simbolica che la caratterizza, può essere utile alla stessa Europa per riformare sé stessa: “affrontare il problema spagnolo - conclude - è affrontare il problema di cosa gli Stati nazionali siano disposti a cedere in sovranità in Europa, verso l’alto e verso il basso. Il problema non è solo spagnolo. La Spagna rappresenta in fondo lo stesso microcosmo europeo, segnato dalla crisi degli Stati-nazione. Non abbiamo il coraggio di andare oltre lo Stato-nazione, verso una vera integrazione politica europea e così restiamo fermi ad un modello del XVII secolo, sia per la resistenza degli Stati nazionali, sia per la paura da parte di Bruxelles che affrontare la crisi catalana possa avere un effetto domino in Europa. Invece dovremmo chiederci che cosa significa nel mondo di oggi essere spagnoli o italiani ed europei”.

Dopo aver salutato Alexis, Claudia Santoro ci porta per il pranzo in una tipica locanda basca, dove ci raggiunge Gabriela Poblet, una giovane antropologa di origine argentina, del movimento politico ‘Iniciativa per Catalunya Verds’, che fa parte della coalizione ‘Barcelona en comun’ dell'attuale sindaca Ada Colau. Il lavoro che sta facendo l'amministrazione della città corrisponde al difficile tentativo di proporre un'altra agenda politica rispetto a quella degli opposti nazionalismi in campo. Gabriela da anni è impegnata come mediatrice culturale sui temi dei migranti e dalle sue parole emerge come questa tematica sia fortemente connessa alla questione della cittadinanza e come il vissuto di migliaia di persone non possa essere estraneo alla stessa vicenda catalana. Ci spiega che la legge spagnola sulla cittadinanza prevede uno jus sanguinis ‘ammorbidito’: diventa cittadino spagnolo chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel Paese da genitori stranieri di cui almeno uno sia nato in Spagna. Si può acquisire la cittadinanza anche per residenza, di regola dopo dieci anni (ma sono previsti regimi più favorevoli per determinati casi), oppure per matrimonio con cittadino spagnolo, dopo un anno. Per chi vuole diventare cittadino, è previsto un esame di verifica dell’integrazione culturale, che prevede sia la conoscenza della lingua che quella delle Istituzioni. Ma mentre la lingua ufficiale in Catalogna è il catalano, per l’acquisto della cittadinanza bisogna conoscere il castigliano che è la lingua ufficiale spagnola. Gabriela ci racconta come in Catalogna e nella città di Barcellona vi sia in generale un clima progressista a favore dell’accoglienza, ma in concreto la situazione per le identità multiple è complicata dalle rivendicazioni identitarie catalaniste come reazione al nazionalismo spagnolo. Infine, sul piano del governo della città, ci spiega il progetto contro la povertà energetica (il Comune finanzia la riqualificazione energetica delle abitazioni delle famiglie disagiate, per ottimizzarne le prestazioni e così ridurre la spesa delle bollette), per i quartieri sostenibili (diritto alla casa e mobilità pubblica) e per la promozione della partecipazione civica.

 

Domenica 25 marzo

L'ultimo giorno del nostro viaggio comincia con un tempo ancora nuvoloso, ma il meteo decide di darci tregua dopo la pioggia caduta in abbondanza il giorno precedente. Così ci regaliamo una lunga passeggiata, dirigendoci prima nelle vie del quartiere gotico, dove ci imbattiamo negli spettacoli della tradizione popolare per la festa del santo patrono della Catalogna, Sant Jordi, che coincide quest'anno con la domenica delle Palme. Lungo il percorso dobbiamo rinunciare alla visita della Cattedrale per la lunga fila. Un po' guidati dalle mappe e un po' dalla curiosità, facciamo quindi tappa alla pasticceria Hofmann, dove si fa la coda per le mitiche brioche di puro burro, e poi ci imbattiamo nella splendida Basilica di Santa Maria del Mar, uno dei migliori esempi di gotico catalano, costruita tra il 1329 e il 1383 nel quartiere del Born, non lontano dal mare, dedicata alla Madonna che protegge i marinai. E mi emoziono al pensiero delle migliaia di uomini che hanno lavorato per costruirla nell’arco di oltre cinquant’anni, ripensando al romanzo storico che ha provato a raccontarlo, “La cattedrale del mare” di Ildefondo Falcones.

Il nostro breve tour turistico si conclude risalendo in taxi dal porto verso il centro della città con la visita di Casa Batlló, opera dell’architetto Antoni Gaudí, massima espressione del Modernismo catalano. Ogni stanza è una scoperta unica, per le forme ispirate alla natura, l'ingegno architettonico e i colori e riflessi che si sprigionano dai mosaici e dai vetri che si trovano all'interno e all'esterno dell'edificio. Guardare l'opera di Gaudì è come una lezione di storia, si ha l'impressione di riuscire a catturare l'essenza e la tradizione di questo popolo così eterogeneo ma al contempo fiero della propria identità comune.

Sensazione che trova conferma pochi minuti dopo quando, uscendo da Casa Batlló, ci dirigiamo verso Plaza de Catalunya dove ci imbattiamo nel presidio permanente degli indipendentisti in protesta da mesi per l’arresto dei leader politici catalani. E questa domenica è un'altra giornata cruciale per la Catalogna, raggiunta in mattinata dalla notizia dell’arresto in Germania del leader Carles Puigdemont. Così ci avviciniamo per capire meglio la situazione e ci stupisce la cordiale accoglienza e tranquillità degli attivisti, al punto che uno di essi, chitarra in mano, intona l’intera 'Bella Ciao', sostituendo alla voce di 'partigiano' quella di 'catalano': insieme iniziamo a cantare e condividiamo per qualche istante la pacifica speranza che accompagna la 'resistenza' catalana alle sanzioni imposte dal Governo di Madrid.

Riprendiamo quindi il cammino e decidiamo di fermarci in un locale all'inizio della Rambla per pranzare. Il tempo di mangiare chi un’insalata, chi una pizza, e dalla vetrata che guarda sul grande viale ci accorgiamo che una grande folla si sta radunando, evidentemente in conseguenza della notizia dell'arresto di Puigdemont. E' quasi una marea umana: le persone qui sentono forte il dovere di mobilitarsi e protestare pacificamente contro gli arresti che stanno coinvolgendo tutti i maggiori esponenti politici catalani, decapitando di fatto la classe dirigente eletta dal popolo, come ci ha spiegato la taxista poche ore prima.

Per recarci in tempo all'aeroporto siamo costretti quindi a lasciare in fretta la città: il clima che si respira è infatti di forte tensione, le sirene della polizia si fanno sentire sempre più insistenti e le notizie battute dalle Agenzie di stampa raccontano di una protesta che cresce di minuto in minuto e di una città paralizzata. La sensazione è quella dei momenti in cui comprendi di essere per caso dentro la storia ed è forte il rammarico per non aver potuto prolungare di un altro giorno la nostra sosta a Barcellona.

Concludo questo diario del viaggio con il monito lasciato in quei giorni dalla segretaria generale di Esquerra Republicana, Marta Rovira - fuggita all'estero per sottrarsi all’arresto -, non per una simpatia indipendentista, ma per sottolineare il modus operandi che ha sempre contraddistinto il movimento indipendentista catalano da altri presenti in Spagna, come quello basco, e nelresto d’Europa: ovvero la ricerca in ogni caso del negoziato, in modo pacifico, invece che lo scontro armato.

«Vi voglio dire un’ultima cosa: non lasciate che il rancore si impadronisca di voi. L’analisi di una realtà antidemocratica e profondamente ingiusta non deve cedere il passo al risentimento. Contro nessuno. Contro niente. Solo a partire dal rispetto e dall’amore verso tutti i cittadini e tutte le opinioni costruiremo cambiamenti radicali e profondi. Solo dal lavoro comune otterremo una Repubblica per tutti. Come dice Oriol Junqueras [ex vice-presidente della Generalitat Catalana, oggi in carcere]: “In questi giorni che verranno rimanete forti e uniti, trasformate l’indignazione in coraggio e perseveranza. La rabbia in amore”».

Hanno preso parte a questo viaggio: Gabriella Camano, Silvia Conte, Pietro Ferrazzi, Luigi Iacono, Dino Manchiero, Luana Milan, Viviane Moro, Corrado Poli e Simonetta Rubinato (dal Veneto), Michele Nardelli, Diego Pancher, Razi Mohebi, Sepanta Mohebi, Soheila Javaheri, Paola Ghiglione e Federico Zappini (da Trento).

 

 

 


pubblicata il 06 maggio 2018

 
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